mercoledì 5 luglio 2017

prince, "sign 'o' the times"



ci sono vari motivi per cui ‘sign o the times’ è un disco “perfetto”; io non posso fare a meno di pensare che il maggiore di questi, oltre all’ovvio fatto che prince era un genio, sia il suo derivare da ben tre progetti abbandonati. in pratica è un best of di tre dischi falliti di cui uno doppio e uno triplo: ‘dream factory’(doppio), ‘camille’ e ‘crystal ball’ (il triplo, che non ha nulla a che vedere con il triplo ‘crystal ball’ pubblicato nel ’98).

la storia è la seguente: dopo il capolavoro ‘parade’, prince inizia a lavorare a un nuovo album che avrebbe visto un coinvolgimento più marcato dei revolution e questo disco si sarebbe chiamato ‘dream factory’; esistono tre configurazioni conosciute di questo disco che vanno dalle 11 alle 19 tracce. 
a quel punto però litigi e disaccordi portarono allo scioglimento dei revolution, lasciando prince da solo con la nuova musica. lui decise per il momento di scrivere altre canzoni per un altro album e si mise a giocare in studio con i nastri delle voci, effettandoli e accelerandoli, creandosi così un alter ego di nome camille. tutto il disco sarebbe stato cantato in questa maniera e quando venne presentato alla casa discografica, prince comunicò che sarebbe dovuto essere pubblicato con il nome camille, escludendo qualsiasi connessione con prince. la mossa parve ovviamente troppo azzardata alla warner che rimandò a casa prince con un nulla di fatto. 
avendo nel cassetto più di tre ore di musica pronta, la mossa seguente ed ovvia fu di mettere tutto insieme in un nuovo progetto chiamato ‘crystal ball’. questa volta l’unica obiezione dell’etichetta fu sulla durata del disco, costringendo prince a ridurlo da un triplo a un doppio. la scrematura di tutto questo materiale, oltre all’eliminazione di ogni apporto dei revolution e la ri-registrazione in solo dei pezzi, portò alla configurazione finale di ‘sign o the times’.
tutta questa storia è facilmente riscontrabile nell’eterogeneità dei brani del disco; il miracolo del suono unico ed inconfondibile di prince in questo caso sta nel riuscire a far suonare tutto questo in maniera coesa e compatta, pur portando l’ascoltatore in giro per un universo musicale sterminato.

il brano che dà il titolo al disco è una sorta di risposta al rap: beat ripetitivo e marcato (trainato dai caratteristici suoni della linn lm-1), lungo testo semi-parlato che tratta di ingiustizie sociali, arrangiamento scarno ed asciutto; poi però a differenza del rap arriva quella chitarra e allora non è più un pezzo rap, pop o rock, è un pezzo di prince. ‘housequake’ è uno dei pezzi di ‘camille’, un funk aggressivo e un po’ paranoico, trainato dalla vocina accelerata di camille che gioca a fare james brown. per restare in tema di radici afroamericane, ‘slow love’ e ‘adore’ potrebbero arrivare dal soul più morbido degli anni ’60, ‘the cross’ ha una sensibilità gospel nel crescere prima di esplodere in un hard rock da stadio, ‘it’s gonna be a beautiful night’ (unico brano con i revolution, registrato live a parigi nell’agosto dell’86) è un baccanale festoso che dura quasi dieci minuti e ricorda alcuni momenti dei funkadelic. 
la controparte bianca a tutto questo è rappresentata da momenti surreali che hanno una deliziosa vena psichedelica; non troverete delay assurdi o effetti dall’iperspazio ma in ‘starfish and coffee’ è impossibile non sentire profumo di beatles, sia nella musica che nel testo. ‘the ballad of dorothy parker’ (uno dei momenti più alti) è una storia fumosa da tarda notte che però non scade mai nello zozzo, parlando di stanze violente e uno strano bagno nella schiuma. ‘play in the sunshine’ cita apertamente droghe e alcol, gigioneggia con un arrangiamento pieno e sgargiante tutto good vibration per poi buttarsi in un break con doppia cassa , raddoppiare il tempo, citare filastrocche e chiudere con un finale dilatato e sghembo. 
e poi certo, c’è la sessualità spinta di ‘it’ (“i wanna do it baby all the time”), la devozione verso la fisicità di ’hot thing’ (o meglio hot thaaaaaang) ma anche la dolcezza di ‘if i was your girlfriend’, con la sua curiosa inversione di ruoli, e la storia di umanità in ‘i could never take the place of your man’, sostenuta da un pezzo energico quanto melodico che si stempera in una jam goduriosa prima del finale.

come già detto, il disco è un prodotto solista di prince, registrato dalla fida susan rogers in vari studi tra minneapolis e los angeles. la sua maestria strumentale gli permette di dare vita ai quadretti che progetta, riuscendo a dare groove persino all’onnipresente linn lm-1, la drum machine il cui suono ha marchiato a fuoco tutta la produzione ottantiana di prince. il risultato è un frullatore musicale in cui rock, pop, black music, psichedelia e hard si fondono e diventano qualcos’altro, qualcosa di non etichettabile se non come musica. la visione e l’estetica sono assolutamente anni ’80, non potrebbe essere altrimenti, ma la trasversalità dello stile di prince pone il tutto su un piano atemporale, legato al suo periodo forse solo dal suono della già citata linn drum. 

difficile dire quale sia il miglior disco di prince, ognuno ha il suo preferito (io probabilmente opterei per ‘parade’). di sicuro ‘sign o the times’ è quello che più di tutti è in grado di esporre tutti i punti di forza di un artista nel suo periodo d’oro: ci sono le idee, c’è il metodo, c’è la tecnica e ci sono le canzoni. e soprattutto c’è un genio al timone.

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