mercoledì 26 ottobre 2016

david crosby, 'lighthouse'



un faro è una luce. nella sua semplicità, è un qualcosa di filosoficamente complicato e profondo, qualcosa in grado di guidare l’esistenza di un individuo al riparo da una tempesta, e david crosby di tempeste ne ha viste tante. ha vissuto la prima insieme ai byrds, poi ci son stati 46 anni di tempeste con stills e nash, per non parlare di quelle con young, poi la morte di christine hinton, l’alcol, la droga; a unire tutti questi punti dal ’68 a oggi sono sempre state due cose: la musica e il mare. il mare come casa, come riparo, come fuga, il mare come amico, il mare in ‘wooden ships’, in ‘shadow captain’, il porticciolo in ‘guinnevere’, il mare libero ed assoluto di ‘lee shore’. oceano e musica per crosby sono stati la salvezza ed ora che il mayan, la sua storica barca, è stato venduto a una cifra esorbitante, rimane la musica.

ci sarebbe forse da stupirsi per la bellezza di questo disco. un po’ perché il precedente ‘croz’ lasciava l’amaro in bocca, altalenando pezzi bellissimi a pezzi veramente brutti, un po’ perché qualsiasi suo disco dopo il capolavoro (assoluto, indiscutibile, eterno) ‘if i could only remember my name’ ha sempre avuto dei difetti, dalla scrittura non sempre a fuoco ad esecuzioni molto manieristiche. 
ora che il baffo è completamente bianco dopo 75 anni david torna con un disco quasi interamente acustico, senza percussioni e che suona incredibilmente moderno.
se è vero che l’estetica della sua musica non si è certo rivoluzionata, l’intervento di michael league, leader, bassista e produttore degli straripanti snarky puppy, dona un tocco cristallino e moderno all’album, dando verve a composizioni a due o quattro mani che già funzionano dalla prima all’ultima. sua inoltre l'idea di 'sfidare' david a registrare il disco in un paio di settimane, ottenendo così un effetto spontaneo e intenso.
i testi sono come sempre curatissimi e mai banali nel parlare di tutto quello che anima da sempre le parole di crosby: emozioni, musica e vita vissuta, ora che di invettive politiche non sembra più avere molta voglia. liricamente e musicalmente c’è un abbandono di quella coralità multiforme che animava ‘if i could only remember my name’, dalla moltitudine di ospiti ai proclami di massa di ‘what are their names’, per un ritorno alla dimensione individuale; chiusura o intima ricerca? molto probabilmente un po’ di entrambe.
la strumentazione come dicevo è ridotta all’osso e gira attorno alla voce e alla chitarra di david, l’intelligenza di league è proprio qui: attorno aggiunge seconde chitarre (12 corde, hammertone, pochissime elettriche), il basso subdolo e armonie vocali come se piovesse, talvolta un pochino plasticose ma va bene così. cory henry (snarky puppy e una marea di collaborazioni tra cui michael mcdonald e springsteen) colora di hammond qualche pezzo, facendosi notare per l’elettricità che infonde in ‘what makes it so’ mentre bill laurance (sempre snarky puppy) aggiunge delicati appoggi di piano in due brani. di base però sono proprio le canzoni a vincere, le aperture ariose di ‘drive out to the desert’, le tracce fortemente csn di ‘look in their eyes’, la fragile ma profonda emotività di 'the us below’, le fotografie di ‘paint a picture’, la grinta di ’the city’, ogni momento è un quadretto a sé e ognuno funziona sia da solo che nell’insieme, 40 minuti di disco che trovano apice nella finale ‘by the light of common day’: il faro ritorna, david parla dell’ispirazione, di come la cercasse nella droga prima di rendersi conto di averla dentro di sé senza bisogno di rovinarsi la vita. le parole sono sincere e autentiche e si snodano sulla bellissima musica scritta da becca stevens (anche ai cori), cantante americana già collaboratrice di brad mehldau e degli stessi snarky puppy.


stupisce ‘lighthouse’ per la sua profondità e per la sua bellezza anche se forse, dopo 50 anni di carriera, non dovremmo più stupirci del fatto che crosby sappia scrivere grande musica. stupisce più che ritorni così in forma dopo anni un po’ in letargo, così come stupisce la collaborazione con league e la modernità di questo disco. in tutto questo però è esattamente come ti aspetti un disco acustico di david crosby: aperto, armonie ricercate, accordature aperte e la voce di un vecchio che tra crack, ero, coca, canne, prigione e malattie sessuali è un miracolo che stia in piedi, figurarsi che scriva buona musica, la suoni bene e la canti da dio.

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