domenica 10 aprile 2016

prince, "parade"



vi ho parlato di un po’ di cose strane di prince, ora voglio saltare tutti i passaggi e arrivare a quello che è il mio disco preferito nella sua sterminata discografia. ognuno ha i suoi gusti e possono essere dei più disparati ma nel 95% dei casi se chiedete ad un fan di prince quale sia il suo disco preferito la risposta sarà uno degli album tra l’82 e l’88. nel pieno degli anni ottanta prince era una forza inarrestabile, sia come musicista che come personaggio. se michael jackson era la faccia autistica ed asessuata del pop, lo gnomo di minneapolis replicava caricando(si) di una tensione sessuale che arrivava al parossistico (titoli come ‘head’ o ‘jack u off’ e testi come quello di ‘darling nikki’). nell’86 questa carica non sparisce ma per un attimo si manifesta in un modo molto diverso. 
‘parade’ in teoria è una colonna sonora. dico in teoria perché il film a cui si accompagna è una cagata, con prince nei panni di un artista squattrinato (credibile quanto una banconota da 7,23 euro) che si innamora di una strappona milionaria o una roba del genere e poi alla fine muore. nonostante lo squallore di tutto ciò, c'è da notare come il tono provi a mantenersi alto, senza finire nei momenti espliciti di 'purple rain' o 'graffiti bridge'. laddove il film (in bianco e nero, dimenticavo) mostrerebbe un artista patetico, cotto e che vive unicamente di cliché, la colonna sonora è l’esatto opposto di tutto questo. è una dimostrazione di forza e chiarezza d'intenti, è l'apice artistico di un musicista al suo meglio che invece di portare al massimo i suoi aspetti più plateali li mimetizza in una complessa opera di arrangiamento e trasformismo, musicale e non.

‘parade’ è un disco stronzo perché al primo impatto lascia spiazzati. è il terzo ed ultimo disco accreditato a prince and the revolution, poi in realtà la maggiorparte degli strumenti son sempre suonati dal minion. i suoni sono secchi e molto in primo piano e gli arrangiamenti da sgt pepper di ‘christopher tracy’s parade’ stordiscono da subito l’ascoltatore con una fanfara orchestrale. è probabilmente il disco più estremo di prince, in senso che qui la sua creatività è amplificata e sbattuta in faccia senza mezze misure, per trovare il bandolo della matassa e venirne a capo serve tempo e pazienza per assimilare i pezzi.
‘new position’ risale al 1982 ed è un funk superasciuttissimo guidato da un beat ossessivo suonato da prince stesso e in questi primi due pezzi si trova già un importante filo conduttore del disco: da un’idea iniziale semplice si sceglie una via da intraprendere, se sfruttarla nel modo più ‘puro’ possibile o costruirci sopra complesse architetture sonore fatte di orchestrazioni astratte e vocalizzi impazziti, sopra all’inarrestabile ossatura ritmica che regge tutto l’impianto. ‘new position’ sceglie la prima strada, ‘life can be so nice’ e ‘mountains’ la seconda, andando ad evolversi in modi inaspettati: una arriva a farci sentire prince che suona la doppia cassa, l’altra da un ritornello aperto e solare va in una sezione strumentale che sta più dalle parti del prog che del pop. ma del resto ‘anotherloverholenyohead’ gioca col gospel su una ritmica funky che di più non si può, poi c’è un intermezzo di archi e poi un riffazzo zarro con i cori sopra, non è difficile perdersi per strada. 

meno male che almeno c’è ‘kiss’ che dona un momento di certezza in mezzo al delirio. il momento di certezza qui in mezzo è un singolo da milioni di copie che suona funk più del funk stesso, ma senza il basso. batteria, chitarra e tante tante tante voci, in fondo un pezzo del genere poteva uscire solo da questo disco: c'è una base "semplice" e l'arrangiamento vocale decide come giocarci man mano. di certo ci sono momenti in cui il botta e risposta tra solista e cori riporta ancora una volta al gospel mentre la base senza james brown non sarebbe mai esistita, ribadendo l'identità assolutamente afroamericana di prince. 
l’unico pezzo che potremmo chiamare “consolatorio” è il gran finale con ‘sometimes it snows in april’, intensa ballata acustica, esemplare quasi unico nella discografia del pervertito coi tacchi. prince è protagonista con un’interpretazione vocale toccante e sentita (il film è patetico ma la sua capacità vocale riesce a dare anima ai personaggi, almeno quando non hanno faccia; da qui il trasformismo non musicale di cui sopra.) mentre wendy e lisa lo accompagnano solo con pianoforte e chitarra acustica (l’idea che rimane semplice), uno degli episodi più belli mai scritti dal nostro.


ero in seconda media quando ho comprato ‘parade’ e per tanto tanto tempo non ci ho capito veramente un cazzo. ‘purple rain’ o (soprattutto) ‘sign o the times’ non avevano tanta creatività in meno a guardare bene ma riescono ad arrivare prima perché puntano sulle canzoni e quelle in quel periodo a prince non mancavano. ‘parade’ punta sul suono, sull’atmosfera sottovuoto e su un eclettismo musicale che si spinge all’estremo, ai confini del pop e ogni tanto anche oltre. ma se va oltre allora che cosa diventa? diventa prince, semplice, no?

domenica 3 aprile 2016

O(+>, “the gold experience”



venne poi il giorno in cui il nano sbroccò del tutto. precisamente nel 1993, quando prince rogers nelson, dopo aver dato alle stampe un’accozzaglia di scarti rielaborati chiamata ‘come’ ed accreditata a ‘prince 1958-1993’, decise che era ora di cambiare. non solo la casa discografica, la warner che a suo dire tarpava la sua creatività impedendogli di pubblicare 3 o 4 dischi all’anno (se erano tutti sulla scia di ‘come’ non è difficile immaginare il perché…) ma anche il suo stesso nome, in 
come si pronuncia questa cosa? non si pronuncia. al limite mmfnnnn o gghhhrrgngn, oppure, come han fatto tanti, facendo incazzare il nano, lo si chiama tafkap, ovvero the artist formerly known as prince. questo poi, quando il tappo si è richiamato prince, ha fatto ovviamente sì che il suo nome potesse essere the artist formerly known as the artist formerly known as prince. tafkatafkap, manco una filastrocca del gabon.

ma lasciamo perdere tutta questa storia, chiamatelo come vi pare, il vero problema di princino il breve il questo periodo era il suo evidente calo di ispirazione. per tutta la prima metà dei ’90, ovvero durante il periodo new power generation, mmfnnnn si era preso bene con il rap e le gang e l’hip hop e gangsta shit, che del resto stava spopolando anche nel resto del mondo. purtroppo però sui suoi pezzi normalmente ci sta bene come la melma sulle lasagne per cui in buona parte ne avremmo fatto volentieri a meno (quasi l’intero disco ‘diamonds and pearls’ si può prendere e buttare via senza pensarci troppo). in ‘the gold experience’ la parola d’ordine è eclettismo, questo è il modo buono di dirla, se no si può dire che c’è un nucleo coeso con attorno roba un po’ a cazzo di cane, poco cambia. di sicuro i pezzi che costituiscono il cuore dell’album sono tra i più ispirati di tutto il decennio, dalla botta di adrenalina (o endorfine) di ‘endorphinmachine’ al funk zozzissimo di ‘billy jack bitch’ (che dà bellamente della puttana ad una giornalista gossip di minneapolis che odiava il nostro musico bonsai), l’ammiccante (dai, davvero?) ‘319’ e l’incredibile porno-ballata ‘shhh’, tanto ridicola nel testo quanto retta da una prestazione inarrivabile del gruppo, con quella macchina da guerra di michael bland alla batteria a trascinare il pezzo e tafkatafkap perso in un’interpretazione da pelle d’oca, sia alla voce che alla chitarra. ‘dolphin’ è un buon pop-rock con chiare tracce hendrixiane e ‘p control’ (p sta per pussy. sorpresi?) è probabilmente la miglior opener di tutti i suoi (del nano) dischi dei ’90. ottimo anche l'apporto della sezione fiati, i cui interventi riescono sempre a rivitalizzare le canzoni e ad accentuare dinamiche e groove.

in mezzo poi c’è la sabbietta a riempire gli spazi. a parte i fastidiosi interventi dell’npg operator che ci tiene a darci importantissime comunicazioni di servizio come ‘prince està muerto’ o “that was just a sample of the many experiences the dawn has to offer. to continue, please press come”, roba forte, ci sono una serie di canzoni che spaziano dalla rotolante ‘we march’ alla quasi identica ‘now’, passando per la gradevole ballata acustica ‘shy’ e arrivando alla conclusiva ‘gold’, macchiata un po’ dall’eccessivo entusiasmo che frenava anche ‘graffiti bridge’ qualche anno prima. non siamo al livello dei brani migliori ma non c’è nemmeno nulla che possa definirsi brutto, il brodo viene allungato un po’ troppo, tutto qui. resta sorprendentemente solida la capacità di utilizzare linguaggi e fraseggi dei generi più disparati e renderli significativi in un contesto in cui vale tutto, o quasi. è lo stesso concetto del miracolo di 'purple rain' o 'sign o the times' ma trasportato di dieci anni.

alla fine dei conti, guardando i dischi che il coboldo minneapolitano ci ha dato negli anni 90 è abbastanza facile dire che questo fosse il migliore. oltre all’essere il proverbiale orbo nel paese dei ciechi, non è nemmeno del tutto orbo e soprattutto l’occhio da cui ci vede funziona proprio bene. certo, poi vede tutto da quell’altezza ma questo è un altro discorso.