mercoledì 30 marzo 2016

prince, "graffiti bridge"



oggi sappiamo un sacco di brutte cose su prince. principalmente sappiamo che è un imbecille, un genio musicale con la testa di un bambino di 5 anni e proprio per questo nessuno si è stupito più di tanto quando è diventato testimone di genova, più imbecilli di così si muore. sappiamo che nel suo fanatismo ha praticamente ucciso un figlio, sappiamo delle sue sceneggiate da primadonna, del suo volersi far chiamare con un simbolo che forse yog-sothoth può pronunciare, forse no. ma di tutto questo, alla fine, c’è una sola cosa che è importante ricordare: prince è un genio musicale, uno dei più incredibili, produttivi, creativi ed originali degli ultimi 40 anni di musica. senza di lui buona parte del pop di oggi suonerebbe in tutt’altro modo, la sua influenza negli anni ’80 è stata paragonabile solo a quella di michael jackson per il modo in cui ha reinventato il modo di fare… quello che faceva. possiamo chiamarlo pop, rock, funk, rnb, il succo rimane lo stesso: la formula prince tra l’82 e l’89 era unica e irripetibile e funzionava sempre.

per questo io, che sono stronzo, oggi vi parlo di un suo disco minore, ovvero ‘graffiti bridge’ del 1990.

partiamo dalla sua pecca peggiore, l’essere colonna sonora di una merdazza di """film””” girato col culo, recitato peggio e scritto… no, non son convinto che qualcuno abbia scritto qualcosa. spero sinceramente di no. se già ‘purple rain’ non era esattamente un’opera cinematografica imprescindibile ma stava in piedi in qualche modo e ‘under the cherry moon’ provava almeno ad avere una trama (demenziale, sul serio), qui siamo di fronte ad un abominio che non auguro a nessuno se non per ridere davvero tanto. lasciamo quindi perdere questa cosa, facciamo finta che non sia mai successa e parliamo del disco.
i revolution hanno fatto il loro corso e già da qualche disco non esistono più se non a pezzi sparsi qua e là, il nanetto si è ripreso il controllo totale della sua musica e la sua stagione d’oro sta tramontando sulle note della colonna sonora del ‘batman’ di tim burton così come tutti gli anni 80. ma lui non contento vuole reinventarsi per entrare nel nuovo decennio ed ecco arrivare la new power generation, nuovo supergruppo che accompagna il signor nelson per buona parte dei ’90. il primo parto di questa nuova formazione (che vede musicisti pazzeschi come levi seacer alla chitarra, sonny t. al basso, tommy barbarella alle tastiere e il groove inarrestabile di michael bland alla batteria. questi ultimi tre son tutti finiti nella band di nick jonas, non so se ridere o piangere) è proprio 'graffiti bridge’ che cerca subito di prendere le distanze dal passato con un suono grosso, potente, corale e dalla radice più rock che mai (fino a quel momento almeno).

è un disco che poteva durare quasi metà del tempo totale (70 minuti, benvenuti anni ’90) e che ogni tanto si perde via in cazzatine che lasciano il tempo che trovano ma cercano giustificazione nella presenza di ospiti più o meno illustri. a questa categoria appartengono evidentemente i siparietti (talvolta un po’ deficienti) di ‘release it’, ‘love machine’ e ’shake’ in compagnia dei time, un gruppo-non-gruppo messo su da prince per fargli suonare fondamentalmente scarti dei suoi dischi vecchi. altra storia quando l’ospite è mavis staples che incendia l’aria con la sassy ‘melody cool’ o l’immortale george clinton, compagno del nano nella strepitosa ‘we can funk’, il titolo vi dice tutto.
quando il principe lascia fuori gli ospiti la situazione si fa altalenante. non ci sono grosse cadute di tono, il peggio può essere l’insipidità dell’opener ‘can’t stop this feeling i got’, l’eccessivo crederci in da hood di ‘new power generation’ o il plasticoso gospel di ‘still would stand all time’. quando invece si ingrana bene ne vengono fuori alcuni veri e propri capolavori, nella fattispecie chiamati ‘the question of u’, ‘joy in repetition’ (che non a caso risale a metà '80) e ‘thieves in the temple’, tre pezzi che da soli riescono a reggere l’intero disco grazie a un feeling obliquo, ossessivo e anche vagamente psichedelico.


alla fine ‘graffiti bridge’ è un disco che si fa apprezzare ancora, nonostante i difetti evidenti che però fanno più sorridere che incazzare. è invecchiato e un po’ cretino ma nei suoi momenti migliori ha ancora tanto da dire. sia il disco che il nano.

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