mercoledì 27 gennaio 2016

ulver, "atgclvlsscap"

                         

c’è un’idea che mi è nata anni fa, precisamente poco dopo la pubblicazione di "shadows of the sun”, uno dei vertici assoluti della carriera degli ulver. quest’idea è che il vero punto di svolta nella storia di rygg e amici vari sia stata la loro esplorazione del silenzio fatta nel 2001 con i due ep “silence teaches you how to sing” e “silencing the singing”, poi raccolti nel disco “teachings in silence”. è stato in quel momento che gli ulver hanno veramente rotto con un passato che andava a creare climax emotivi riempiendo lo spazio; picco di questa tendenza è stato “the marriage of heaven and hell”, l’unico episodio davvero non riuscito nella loro discografia, ma anche “perdition city” ogni tanto si lasciava andare ad eccessi, nonostante l’evoluzione della band andasse già chiaramente in un altro senso. con quegli ep gli ulver hanno colto il vero senso del silenzio e da allora sono stati in grado  di usarlo a loro piacimento, evitandolo in “blood inside” e giocandoci per creare i profondi e spettacolari chiaroscuri di “shadows of the sun” (senza dimenticare i 5 minuti di puro silenzio messi in coda al disco non certo per errore).
“messe” e “terrestrials” hanno messo in campo gli ulver alla loro massima padronanza dei mezzi musicali, col gruppo che gioca a scomparire quando vuole, lasciando il campo all’orchestra nel primo caso e ai sunn O))) nel secondo. curiosità proprio riguardante “terrestrials”, visti gli ultimi parti dei due terroristi americani da “monoliths and dimensions” a oggi, inclusi balletti e varie follie artistoidi, era lecito aspettarsi ben di più di uno sciapo e molle “kannon”, loro non hanno imparato dagli ulver ma gli ulver hanno imparato da loro.

giungiamo finalmente al nuovo arrivato, “atgclvlsscap”. dietro al criptico titolo si nasconde l’acronimo dei 12 segni zodiacali, 12 come il numero di date in giro per l’europa da cui sono tratte le basi per questo progetto. durante quel mini-tour (passato anche al bloom di mezzago per una serata fantastica) il gruppo partiva da piccole idee, loop o frammenti di vecchie canzoni e su questi improvvisava. (excursus: teniamo conto che parliamo di un gruppo che ha fatto il suo primo live 15 anni e 7 album dopo il suo esordio sul mercato e a queste date ha fatto seguire un concerto all’opera di oslo, uno in formazione alterata al roadburn (esibendosi solo in cover psichedeliche anni ’60), un tour normale e uno con un’orchestra, poi si son messi ad improvvisare sul palco. ci sono band che suonano dal vivo da 40 anni e non hanno fatto nemmeno la metà di tutto ciò.)
queste improvvisazioni sono poi state selezionate, editate e rielaborate, mischiando materiale live con altro suonato in studio e dando forma al doppio disco. 
"forma” direi che è una parola chiave per capire cosa succede qui: il tessuto sonoro sotteso all’intero disco è astratto e larghissimo, come una tela con solo qualche tratto e da qui gli ulver impostano un’immagine che è fatta proprio di forme che si consolidano per poi sparire nel nulla, creando ora climax impetuosi, ora delicati soundscapes che cullano più che incutere timore come nel recente passato.
nella costruzione dei climax sta un’altra sfumatura del genio di rygg e compagni. il gruppo infatti riesce nella difficilissima impresa di lambire territori “post-“ senza scadere mai nel banale, misurando gli strati sonori e creando crescendo intensissimi sottraendo invece che aggiungendo materiale (e qui l'esperienza di “teachings in silence” è evidente). il coraggio di questa scelta è rimarcato dalla quasi totale assenza (sigh) della splendida voce di rygg stesso, relegata a due soli pezzi su dodici (l’intensa rielaborazione di 'nowhere/catastrophe’ e la seguente, toccante ‘ecclesiastes’). l’interazione tra gli strumenti viaggia su binari simili, quando la trama ritmica inizia a farsi fitta troviamo quasi sempre un diradarsi dello sfondo e viceversa; trama ritmica per altro resa ancora più ricca dal sostegno che le percussioni spesso danno alla batteria.
i suoni sono un altro aspetto notevole del lavoro: senza sacrificare l'aspetto live (necessario anche per comprendere lo svolgersi delle canzoni) la produzione in studio riesce a non risultare mai finta o distaccata, la dinamica è perfetta e ne esce una pasta sonora generale che dona carattere al disco senza sopraffarlo (consigliata ovviamente la versione in vinile, ancora più dinamica ed avvolgente).
non siamo di fronte al miglior disco degli ulver ma sicuramente li troviamo ad uno dei loro picchi creativi, in una veste ad oggi ancora inedita su disco, quella di live band, in più su un terreno pericoloso come quello dell’improvvisazione/composizione estemporanea.
il tempo passa ma gli ulver di ripetersi non ne vogliono sapere e con “atgclvlsscap” fanno un altro passo avanti a testa alta, uscendo ancora una volta vincitori, sebbene ormai unici gareggianti poiché gli altri sono tutti rimasti indietro.