domenica 11 dicembre 2016

2016: dischi dell'anno (stavolta davvero)



molti articoli di fine anno del 2016 stanno essendo più dei necrologi che delle classifiche. come dargli torto, è stato indiscutibilmente un anno di merda ma qui ai distant zombie warning ci piace pensare più a quelli che sono ancora in piedi, per cui niente sviolinate, in memoriam o tributi vari. piuttosto, daje con la solita svangata di dischi, in nessun ordine particolare a parte il primo.




la palma quest’anno se la piglia il trio norvegese, tornato ai massimissimi livelli appena prima di perdere (sigh) (se n’è andato, non è morto) l’incredibile batterista kenneth kapstad. ‘here be monsters’ mostra un gruppo pienamente consapevole al servizio di una scrittura intelligente e sempre obliqua, difficilmente categorizzabile. il groove inarrestabile della sezione ritmica traina melodie sognanti che creano scenari sonori affascinanti e profondi, il tutto coadiuvato da un mix preciso e rifinito che mantiene però la dimensione live e da un mastering perfetto che non va mai ad intaccare le dinamiche create dai tre. 




l’impronunciabile esperimento live/studio degli ulver riesce quasi perfettamente e ci regala un altro tassello inaspettato della discografia dei lupi. una serie di (circa) improvvisazioni eseguite durante un breve tour europeo nel 2015 (con tappa memorabile al bloom di mezzago) sono state registrate e poi lavorate in studio: editing, sovraincisioni ed effetti danno vita agli strani quadretti che si susseguono senza sosta in una galleria astratta e spaziale, marcata dal tono malinconico e profondo che caratterizza da sempre gli ulver. un altro centro, decisamente.




e chi se lo aspettava. ‘croz’ era carino, sì, ma non certo memorabile. la svolta sonora di crosby negli ultimi 30 anni non sembrava portare in questa direzione, invece poi ti arriva un bassista inglese che sfida il baffo a scrivere e registrare un disco in due settimane e ne esce il regalo più bello che david ci abbia fatto da tanto, tanto tempo. la dimensione è acustica, intima e ravvicinata, pochissimi riverberi, un sacco di chitarra e la voce di croz in primo piano, vissuta, a volte fragile, a volte semplicemente e teneramente vecchia. il regalo è una serie di canzoni emozionanti che ci restituiscono un sopravvissuto della musica a livelli ancora alitssimi, rispetto ed applausi.



wadada leo smith - america’s national parks

personaggio interessante leo smith. alfiere della aacm negli anni ’70, poi convertito alla religione rastafariana aggiungendo wadada al nome, è sempre andato a scandagliare quei luoghi misteriosi del jazz che si annidano in mezzo ai silenzi, blocchi sonori che fluttuano nel nulla, caratterizzati da scelte timbriche e dinamiche molto precise, possibili grazie alla sua tecnica perfetta alla tromba. qui rende tributo in un doppio disco alla storia dei grandi parchi nazionali americani, ispirandosi agli eventi che hanno segnato ognuno di questi piuttosto che cercare di dipingerli in musica. due dischi, poco più di un’ora e mezza di musica in cui perdersi completamente, un’immersione totale che vi lascerà affascinati e soddisfatti.




di metal "nuovo" da queste parti non se ne ascolta più molto. gli schammasch mi hanno costretto ad un’eccezione perché il loro ‘triangle’ è un’opera davvero riuscita, pur essendo marcata dall’ambiziosità del metal “””avanguardista”””. le virgolette sono d’obbligo perché le basi da cui si muove ‘triangle’ sono le stesse del capolavoro ‘bergtatt’ degli ulver e parliamo di 22 anni fa, ma va bene così. gli svizzeri riescono a vincere mantenendo un senso della misura che a quasi tutti i loro colleghi sfugge: nonostante il disco sia triplo, ogni cd dura mezzora e le differenze fra le tre parti sono sensibili, dando l’idea di tre movimenti distinti che non annoiano mai, mischiando black, psichedelia e shoegaze con una spiccata attitudine melodica ed atmosferica.



david bowie - blackstar

altro discone che non mi aspettavo, giusto prima di lasciarci bowie ci dona una perla oscura che mostra ancora voglia di evoluzione. non sono mai stato suo fan per cui non sto ad inoltrarmi troppo, quello che mi è piaciuto davvero tanto di ‘blackstar’ è la fantasia negli arrangiamenti, sempre trascinanti ed azzeccati, oltre che dati in mano a un manipolo di musicisti pazzeschi (ben monder e mark guiliana su tutti). nella sua durata contenuta, ‘blackstar’ riesce a non avere mai cali ma almeno tre picchi con “sue (or in a season of crime)”, “girl loves me” e soprattutto la strepitosa title-track, scura e marcescente.


fates warning - theories of flight

loro di colpi non ne hanno praticamente mai sbagliati. quando erano dei ragazzini metallari incarnavano perfettamente spirito e sonorità dell’heavy americano degli anni’80, da quando hanno preso la svolta prog con ‘parallels’ di dischi brutti non ne hanno mai fatti e ‘theories of flight’ non fa eccezione, superando anche il suo predecessore per scrittura, arrangiamento e suoni, tutto un pochino meno smaccatamente metal e più avvolgente, sempre con la melodicità unica ed inconfondibile di ray alder. inaffondabili.



kula shaker - k2.0

il ritorno di crispian mills per il ventesimo anniversario di ‘k’ è probabilmente il miglior disco del gruppo dal ’99. ‘k 2.0’ riesce a coniugare lo spirito spudoratamente sixties dei primi dischi con la maggior morbidezza ed elaborazione di quelli della reunion e lo fa con una serie di canzoni divertenti e con un gran tiro, sempre venate delle influenze orientali e indiane che sono marchio di fabbrica dei kula shaker. ‘death of democracy’, ‘here come my demons’, ’33 crows’ sono tutti pezzi ottimi e ‘infinite sun’ con ‘mountain lifter’ sono la ciliegina sulla torta, due pezzi incredibili in cui la verve del gruppo risulta ancora come nuova.



metallica - hardwired… to self-destruct

abbiamo dovuto aspettare quasi vent’anni ma finalmente ecco un nuovo disco bello dei metallica. quando menano convincono come non succedeva da ‘…and justice for all’, quando rallentano i tempi sono rocciosi e rotolanti come succedeva nel sottovalutatissimo (capre) ‘load’ o nel sottovalutato (cani) ‘reload’, due dischi la cui dinamicità si era persa nel piattume sterile di ‘death magnetic’, senza nemmeno parlare del "quasi-disco" 'st.anger'. ‘am i savage’ e ‘dream no more’ sono probabilmente le migliori canzoni dei metallica da anni, ben accompagnate da ‘hardwired’, ‘moth into flame’, ‘atlas, rise!’ o ‘spit out the bone’, bravi, ben tornati, era anche ora cazzo.



king crimson - radical action (to unseat the hold of monkey mind)

è un live, non è proprio giusto che stia qui. il problema è che è un live mostruoso e propone anche i primi brani inediti a nome king crimson dal 2003 per cui sticazzi, fripp ha tutto il diritto di stare qui. il lavoro di riarrangiamento dei grandi classici è impressionante così come lo è l’ingranaggio mostruoso incarnato da gavin harrison, pat mastellotto e bill rieflin, tre batteristi perfettamente complementari, base ideale per gli svolazzi di mel collins ai fiati. lascia a bocca aperta l’intensità vocale di jakko jakszyk, da brividi le sue interpretazioni di ‘epitaph’, ‘the letters’ e ‘starless’. il tuttto sotto l’occhio supervisore, serio e severo, di un eroe dell’umanità chiamato robert fripp. chi era alle serate agli arcimboldi a novembre capisce bene cosa voglio dire.

menzione speciale per il devastante 'know how to carry a whip' dei corrections house, ancora meglio dell'esordio.
veniamo ora alle sòle, alle delusioni o, più in generale, ai dischi brutti, che quest’anno non sono mancati.
la delusione più grande penso mi sia arrivata dai katatonia, ‘the fall of hearts’ gira in tondo e non risolve nulla, accartocciandosi su un suono standard senza canzoni che possano supportarlo. quasi allo stesso modo falliscono gli opeth, con un ‘sorceress’ che più che progredire stagna in un manierismo settantiano che risulta stantio e poco ispirato.
che dire poi del da me tanto atteso ritorno di sting alla musica pop? ‘57th and 9th’ delude pressoché su tutti i fronti, manca la classe nella scrittura, manca la grinta, manca di incisività in produzione, mancano le canzoni. praticamente quando si arriva alla fine del disco ci si chiede se si abbia effettivamente ascoltato qualcosa o se fosse solo un ronzio di sottofondo.
steven wilson continua a grattare il fondo, dopo un inutile quanto discutibile ‘best of’ solista ci propina un ep di scarti dai due dischi precedenti, interessante quanto un porno con gigi marzullo. i tortoise si sono un po’ smollati in ‘the catastrophist’, non brutto ma altalenante e non molto incisivo, i meshuggah riscaldano la solita minestra, almeno questa volta lo fanno tutti insieme live in studio ma il risultato è comunque mediocre e noioso. il grande ritorno degli in the woods è una palla al cazzo pretenziosa e vecchia di vent’anni in un genere che già allora aveva finito le cose da dire.
ah sì poi in mezzo è uscito un disco chiamato ‘figgatta de blanc’. è vergognoso che certa gente si permetta di pubblicare degli abbozzi di canzonette che già in partenza fanno schifo, è una presa per il culo ma non di quelle buone, di quelle che rubano soldi alla gente e basta. 


un anno tra alti e bassi, troppe delusioni e qualche sorpresa ma va bene così, quando i metallica fanno un bel disco è abbastanza. per me si chiude comunque in positivo, tra gli altri ho visto due volte i king crimson e tre volte neurosis e kula shaker oltre a blind idiot god, motorpsycho, neil young, green carnation, dave liebman, i toto e i sunn O))) in un labirinto, non sarò certo io a lamentarmi per una volta.

lunedì 31 ottobre 2016

nanodischi: l'isola deserta



di recente qualcuno mi ha fatto notare che parlo spesso di capolavori e mi ha chiesto quali siano i 10 dischi che mi porterei sulla proverbiale isola deserta. ne è scaturito un ragionamento che è durato circa una settimana la cui conclusione è che questi 10 dischi cambierebbero almeno una volta all’anno a seconda del giorno ma, facendo una media, potrei arrivare a queste dieci opere, senza ordine particolare.



king crimson - in the court of the crimson king

senza ordine particolare ma questo è il primo. ero in seconda media, papà ha detto “se trovi questo cd prendilo” e io l’ho preso. in faccia, l’ho preso. al primo ascolto di ‘21th century schizoid man’ il mio cervellino dodicenne è esploso e da allora non si è più ricomposto. dopo quasi vent’anni d’amore, ancora oggi riesco a scoprire ad ogni ascolto particolari nuovi, sfumature, più vado in profondità con lo studio più mi accorgo di quanto questo disco sia semplicemente perfetto, da ogni punto di vista lo si guardi. oltre all'essere la prima opera di un genere compiuto (progressive) è anche la migliore in quel genere, qualcosa di cui ben pochi dischi si possono vantare.



herbie hancock - maiden voyage

replico poi con una “new” entry, ‘maiden voyage’ è arrivato sull’isola non più di tre anni fa ma non ha mai avuto la minima intenzione di andarsene. l’apporoccio aperto di hancock all’armonia e composizione, i suoi voicing sul piano, la poesia del timbro di freddie hubbard e la forza fisica del suono di george coleman. ovviamente c’è poi LA sezione ritmica, tony williams e ron carter, che si produce in una vera lezione di apertura mentale, spingendo l’interazione a livelli impensabili senza mai far calare il tiro liquido che traina l’intero album. poi se devo finire su un'isola deserta almeno un disco che parli di mare direi che ci vuole, no?


genesis - foxtrot

sarà un po’ scontato ma a me ‘foxtrot’ fa sentire a casa. in generale il suono genesis (i genesis esistevano con peter gabriel, quello che è successo dopo non mi riguarda) riesce sempre ad emozionarmi ma le canzoni di ‘foxtrot’ hanno una marcia in più, qui tutto giunge al compimento promesso da ‘nursery cryme’. ‘supper’s ready’ è ovviamente l’apice ma il disco non ha punti deboli e mi va di ricordare una perla che troppo spesso passa inosservata, ovvero ‘can-utility and the coastliner’, dall’incedere tra il sognante e il drammatico trainato da hackett e collins.



rush - exit: stage left

più passa il tempo e più faccio fatica a trovare un mio artista o gruppo “preferito” ma dovessi trovarne uno per forza, probabilmente direi i rush. musicalmente, liricamente e umanamente i rush sono sempre stati davanti a chiunque altro, la loro forza è semplicemente il loro modo di essere. ‘exit: stage left’ è come li ho conosciuti ed è, a parte il personale fattore emotivo, uno dei picchi nella loro discografia: un live che riassume le prime due fasi del gruppo, ogni pezzo qui presente è nella sua versione migliore.



prince - sign o’ the times

qui devo scavare ancora di più perché questo l’ho scoperto che di anni ne avevo undici, credo. che dire, lui era un genio che rimpiangeremo per sempre, il disco è uno dei suoi capolavori, potevo benissimo scegliere ‘purple rain’ o ‘parade’ ma questo è doppio, dura di più e c’è più prince, mi sembra una motivazione validissima per sceglierlo. poi, a pensarci bene, probabilmente qui il suono prince è al suo massimo compimento, in equilibrio fra weirdness, genio ed erotomania.



toto - iv

ecco un disco che, per quanto ricordo, conosco praticamente da quando sono nato. non mi viene in mente un periodo della vita in cui non ascoltassi ‘iv’, dalle elementari a oggi. qualsiasi dei primi 4 dischi dei toto sarebbe andato bene per questa lista ma ‘iv’ ha quel qualcosa in più, vuoi i suoni perfetti, la stratificazione impressionante di livelli sonori, lo stato di forma assoluto di ognuno dei membri o forse semplicemente le canzoni, da ‘rosanna’ ad ‘africa’ è una parata di gemme immortali.



queensryche - operation: mindcrime

sono quasi stato tentato di lasciare fuori ‘mindcrime’ dalla lsita ma sarebbe stato un gesto politico: oggi questo gruppo non esiste più e al suo posto c’è una pagliacciata da quattro soldi, i ryche senza tate fanno ridere, tate senza i ryche… lasciamo perdere che è meglio. torniamo piuttosto nelle vicende di nikki, sister mary e il dr.x, animate da un metal intelligente, profondo e ispirato che ha lasciato un profondo solco nella storia del genere. lo si può anche chiamare prog-metal volendo ma la trovo una definizione fuorviante, meglio semplicemente ‘queensryche’. hanno massacrato presente e futuro, per fortuna non riusciranno a toglierci questa pietra miliare.



today is the day - sadness will prevail

come lasciare fuori il “buon” steve austin? ‘sadness’ è un’opera d’arte nera, soffocante, agghiacciante, lacerante, cattiva. tutto ciò che è estremo è contenuto qui dentro, due ore e mezza di atrocità, urla, rumore, grind, death, psichedelia marcescente e coltelli nella carne. probabilmente il disco più estremo che abbia mai sentito, mi cambiò la vita quando uscì e ancora oggi mi rapisce ad ogni ascolto. l’ascolto della sola ‘never answer the phone’ può farvi capire di cosa sto parlando: 



led zeppelin - remasters

come per i toto, qualunque dei primi 4 dischi del gruppo poteva andare bene. vi dirò di più, qualunque dei primi 5 dischi, più le bbc sessions, invece sono così stronzo che ho scelto un best of. perché? perché è l’unica uscita ufficiale degli zeppelin che abbia più o meno tutto in un album solo, non ci sono altre opere che contengano sia ‘black dog’ che ‘kashmir’, ‘immigrant song’ e ‘achilles last stand’ e se devo avere un solo disco dei led zeppelin con me voglio che ci sia su più roba possibile.




crosby, stills, nash & young - 4-way street


non poteva mancare ovviamente una rappresentanza dei quattro hippie fattoni. questo compensa anche il fatto che non ho più spazio per mettere un neil young qualsiasi (’tonight’s the night’, ‘gold rush’ o ‘live rust’). l’indecisione è stata anche fra questo live e il grandioso cofanetto ‘csn’ del ’91 ma qui c’è più neil. devo dire qualcosa di quello che è uno dei 4-5 migliori live di sempre? no. qui c’è la miglior versione di ‘the lee shore’, c’è il cantautorato terreno di stills, gli svolazzi di crosby (una ‘triad’ da lacrime), le morbide melodie di nash e lo scazzo di young, prima che tutti e 4 esplodano nel secondo disco elettrico. 

mercoledì 26 ottobre 2016

david crosby, 'lighthouse'



un faro è una luce. nella sua semplicità, è un qualcosa di filosoficamente complicato e profondo, qualcosa in grado di guidare l’esistenza di un individuo al riparo da una tempesta, e david crosby di tempeste ne ha viste tante. ha vissuto la prima insieme ai byrds, poi ci son stati 46 anni di tempeste con stills e nash, per non parlare di quelle con young, poi la morte di christine hinton, l’alcol, la droga; a unire tutti questi punti dal ’68 a oggi sono sempre state due cose: la musica e il mare. il mare come casa, come riparo, come fuga, il mare come amico, il mare in ‘wooden ships’, in ‘shadow captain’, il porticciolo in ‘guinnevere’, il mare libero ed assoluto di ‘lee shore’. oceano e musica per crosby sono stati la salvezza ed ora che il mayan, la sua storica barca, è stato venduto a una cifra esorbitante, rimane la musica.

ci sarebbe forse da stupirsi per la bellezza di questo disco. un po’ perché il precedente ‘croz’ lasciava l’amaro in bocca, altalenando pezzi bellissimi a pezzi veramente brutti, un po’ perché qualsiasi suo disco dopo il capolavoro (assoluto, indiscutibile, eterno) ‘if i could only remember my name’ ha sempre avuto dei difetti, dalla scrittura non sempre a fuoco ad esecuzioni molto manieristiche. 
ora che il baffo è completamente bianco dopo 75 anni david torna con un disco quasi interamente acustico, senza percussioni e che suona incredibilmente moderno.
se è vero che l’estetica della sua musica non si è certo rivoluzionata, l’intervento di michael league, leader, bassista e produttore degli straripanti snarky puppy, dona un tocco cristallino e moderno all’album, dando verve a composizioni a due o quattro mani che già funzionano dalla prima all’ultima. sua inoltre l'idea di 'sfidare' david a registrare il disco in un paio di settimane, ottenendo così un effetto spontaneo e intenso.
i testi sono come sempre curatissimi e mai banali nel parlare di tutto quello che anima da sempre le parole di crosby: emozioni, musica e vita vissuta, ora che di invettive politiche non sembra più avere molta voglia. liricamente e musicalmente c’è un abbandono di quella coralità multiforme che animava ‘if i could only remember my name’, dalla moltitudine di ospiti ai proclami di massa di ‘what are their names’, per un ritorno alla dimensione individuale; chiusura o intima ricerca? molto probabilmente un po’ di entrambe.
la strumentazione come dicevo è ridotta all’osso e gira attorno alla voce e alla chitarra di david, l’intelligenza di league è proprio qui: attorno aggiunge seconde chitarre (12 corde, hammertone, pochissime elettriche), il basso subdolo e armonie vocali come se piovesse, talvolta un pochino plasticose ma va bene così. cory henry (snarky puppy e una marea di collaborazioni tra cui michael mcdonald e springsteen) colora di hammond qualche pezzo, facendosi notare per l’elettricità che infonde in ‘what makes it so’ mentre bill laurance (sempre snarky puppy) aggiunge delicati appoggi di piano in due brani. di base però sono proprio le canzoni a vincere, le aperture ariose di ‘drive out to the desert’, le tracce fortemente csn di ‘look in their eyes’, la fragile ma profonda emotività di 'the us below’, le fotografie di ‘paint a picture’, la grinta di ’the city’, ogni momento è un quadretto a sé e ognuno funziona sia da solo che nell’insieme, 40 minuti di disco che trovano apice nella finale ‘by the light of common day’: il faro ritorna, david parla dell’ispirazione, di come la cercasse nella droga prima di rendersi conto di averla dentro di sé senza bisogno di rovinarsi la vita. le parole sono sincere e autentiche e si snodano sulla bellissima musica scritta da becca stevens (anche ai cori), cantante americana già collaboratrice di brad mehldau e degli stessi snarky puppy.


stupisce ‘lighthouse’ per la sua profondità e per la sua bellezza anche se forse, dopo 50 anni di carriera, non dovremmo più stupirci del fatto che crosby sappia scrivere grande musica. stupisce più che ritorni così in forma dopo anni un po’ in letargo, così come stupisce la collaborazione con league e la modernità di questo disco. in tutto questo però è esattamente come ti aspetti un disco acustico di david crosby: aperto, armonie ricercate, accordature aperte e la voce di un vecchio che tra crack, ero, coca, canne, prigione e malattie sessuali è un miracolo che stia in piedi, figurarsi che scriva buona musica, la suoni bene e la canti da dio.

domenica 28 agosto 2016

talk talk, 'spirit of eden'/'laughing stock'



il termine “avanguardia” viene spesso usato a sproposito. l’assurdo è che un’avanguardia non è di fatto definibile nel momento in cui nasce ma solo a posteriori, quando e se si rivela effettivamente come tale: deve aver segnato una strada che poi altri abbiano percorso, se no è solo un vicolo cieco.
credo che nessuno al mondo avrebbe mai pensato di affibiare questo termine alla musica dei talk talk fino al 1988 e da allora son dovuti passare almeno 10 anni prima che quei due dischi, ‘spirit of eden’ e 'laughing stock’, rivelassero i mille flussi che da loro si erano creati.
un gruppo synth-pop con singoli di successo come ‘such a shame’ o ‘it’s my life’ si reinventa in una sorta di art-pop raffinatissimo con ‘the colour of spring’ per poi esplodere in una creatività straripante e contemplativa allo stesso tempo in un finale di carriera che ha ben pochi eguali nella storia della musica “leggera”.
i due dischi vivono ognuno la sua vita ma sono comunque molto vicini per approccio e impianto compositivo. in comune hanno un senso di pace, uno sguardo fisso sull’orizzonte malinconico ma positivo e la capacità di guardare al futuro con una naturalezza che lascia a bocca aperta, oltre all'utilizzo musicale del silenzio, col quale la musica interagisce in vari modi.

‘spirit of eden’ è il primo, 1988. ufficialmente i talk talk sono mark hollis (voce, piano, hammond e chitarra), paul webb (basso) e lee harris (batteria) ma di fatto tim friese-greene è il loro george martin e anche più: al disco contribuisce con harmonium, piano, organo e chitarra oltre alla composizione e registrazione di tutti i brani con hollis e alla produzione.
la scrittura dei pezzi sfrutta la metodologia zappiana: ore di materiale improvvisato vengono editate dai due in studio e sopra vengono scritte melodie ed arrangiamenti per gli ospiti (in totale suonano 16 musicisti e un coro sull’album). la prima facciata del disco si svolge come una suite, nonostante siano distinte tre tracce come tre movimenti mentre i tre brani della seconda facciata hanno identità un poco più distinte.
la prima cosa che salta all’orecchio è l’uso strabiliante che il gruppo fa delle dinamiche: da vuoti quasi totali si passa ad esplosioni di luce inaspettate che travolgono l’ascoltatore, un trucco che da qui i mogwai hanno imparato molto bene. generalmente l’atmosfera è distesa, con grande respiro ed elegantemente punteggiata dagli interventi di fiati onirici che ricordano il david sylvian più poetico di ‘secrets of the beehive’ (e non verranno dimenticati dagli ulver di ‘shadows of the sun’). sopra alle tessiture sonore fluttua la voce di harris, drammatica, espressiva, profondamente umana nell’essere fragile e quasi persa in questo mare di suoni, un cantante troppo spesso ingiustamente dimenticato o sottovalutato (per certi versi anticipa la poetica alienata di thom yorke, incluso l’uso espressivo di una faccia… particolare).
nel procedere del disco ci si trova ad ascoltare la rarefazione dei sigur ros, la dilatazione cristallina dei bark psychosis, la classicità dei godspeed you black emperor, le chitarre jangle dello shoegaze. praticamente tutto quello che negli anni successivi è stato etichettato come “post” nel rock è partito o da qui o da ‘spiderland’ degli slint (che è sì successivo ma arriva da una strada completamente diversa (l’hardcore, i fugazi) ed esplora quindi le conseguenze più marce e disturbanti di questo suono).
i brani della seconda facciata, come già detto, sono più distinti e tornano un po’ in direzione di una forma più definita, pur mantenendo la sospensione ed il respiro della suite. ‘i believe in you’ fu anche pubblicata come singolo in un edit di meno di 4 minuti per il quale fu girato persino un video abbastanza fallimentare, come a ribadire che questi sono album da assimilare in toto e non certo riproducibili alla radio. il pezzo è effettivamente il più “canzone” del disco e ricorda da vicino alcuni momenti di ‘the colour of spring’ prima del fade out che accompagna nella conclusiva ‘wealth’, ballata profondamente spirituale per voce, piano e hammond che poggia morbida sul silenzio, uno dei grandi protagonisti del disco. qui il silenzio viene usato in molti modi, dal contrasto dinamico con le esplosioni alle drammatiche sospensioni delle cadenze, da linee melodiche interrotte ai respiri di hollis tra una frase e l'altra, il silenzio è uno strumento come gli altri nelle mani del gruppo ed è sotteso ad ogni momento della loro musica.

impossibile ed insensato riprodurre un disco del genere dal vivo e infatti non ci fu nessun concerto di supporto. anzi, non ci fu proprio più nessun concerto visto che da qui alla fine i talk talk furono un progetto da studio di hollis e friese-greene: da giovani canzonettari trascinatori di folle a raffinati ed eleganti topi di studio, quanti altri gruppi hanno fatto una cosa del genere?

‘laughing stock’ arriva invece nel ’91 e da un lato conferma la strada intrapresa con ‘spirit of eden’ ma dall’altro ne offre una lettura diversa, un pelo meno rarefatta e a tratti più meccanica, lambendo territori che verranno poi ampiamente esplorati da gruppi come tortoise o portishead. 
in generale il disco torna ad una maggiore ritmicità, almeno più costante e fa meno uso dei chiaroscuri dinamici estremi che caratterizzavano ‘spirit of eden’, oltre a puntare di più sulle singole composizioni come finestre su punti diversi di un panorama, senza il formato suite. questo non vuole certo dire che sia un disco disomogeneo ma risulta più definito ed un poco meno aperto del suo predecessore. ritroviamo le improvvisazioni editate e la folla di ospiti (in tutto questa volta 17 musicisti), resta l’espressività unica di hollis che appare più perso, distante, a tratti quasi rassegnato, rimane il silenzio di fondo a dare una profondità pazzesca al suono.
se l'inizio quieto e dimesso di 'myrrhman' non sorprende è solo perché c'è già stato 'spirit of eden' ma questo non toglie niente all'incredibile poesia del pezzo che gioca con armonie oblique e interventi lunari di fiati e archi. ‘ascension day’ è l’episodio più movimentato e percussivo, con un finale che alza al massimo dinamica e pathos dopo che la tensione si è accumulata per l’intero brano, magistrale. il finale di ‘taphead’ è invece ossessivo e sottopelle come lo sarà il trip-hop, pur non facendo uso di elettronica. la conclusiva ‘runeii’, l’ultima canzone dei talk talk, è la logica conseguenza di ‘wealth’, ancora più dilatato, con la voce di hollis complementata ora dalla chitarra, ora dal piano e un commovente hammond che va e viene il vento.
se c’è meno da dire su questo album è solo perché la vera rivoluzione era già stata fatta da ‘spirit of eden’, ‘laughing stock’ ne riprende il modus operandi e lo esplora per variazioni sonore. troviamo molti momenti marcatamente malinconici e desolanti che anticipano quello che faranno i low e gli altri definiti ‘slo-core’. un sacco di definizioni, un sacco di gruppi e ognuno di loro ha esplorato un aspetto del suono dei talk talk ma loro avevano già tutto questo, assimilato, controllato e perfettamente focalizzato.
lo stesso fatto che si siano usati così tanti nomi per definire la musica del gruppo fa capire quanto questa sia difficile da inquadrare o descrivere. ha dei precedenti, in alcuni momenti si può  pensare alla scuola di canterbury di fine ’60, al già citato sylvian, alle atmosfere di jon hassell o a certi album dell’aacm di chicago; si potrebbe addirittura tirare in ballo l’idea del third stream, se solo gli ingredienti del suono talk talk non fossero così tanti: la teoria del third stream lo voleva a metà tra jazz e classica, qui ci sono anche almeno il rock e il pop e tutto è mischiato con tale maestria e naturalezza che non lo si sente mai sbilanciato in alcun modo, è una musica totale e libera.

dopo questo disco il gruppo si scioglie e ognuno va per la sua strada: harris e webb si ritrovano negli ottimi o’rang coi quali incidono due dischi che proseguono il discorso iniziato tramite improvvisazioni editate su cui poi sovraincidono voci e strumenti vari (molto consigliato il primo, ‘herd of instinct’); friese-greene si è dato a una poco interessante carriera solista come heligoland, pubblicando un paio di dischi purtroppo dimenticabili. mark hollis invece si è ritirato dalla musica per stare con la famiglia, ha pubblicato solamente un disco solista omonimo nel ’98 che offre una versione più “cantautoriale” degli ultimi talk talk, molto piacevole e ovviamente ben fatto.


avanguardia è una parola difficile, soprattutto in tempi in cui mode e suoni cambiano ad una velocità insostenibile. l’arte e la creatività però trascendono tutto questo e si piazzano su un piano superiore, quello della libera espressione e del sentire umano e i talk talk sono stati esattamente questo, un’esplosione inaspettata di creatività, intelligenza ed espressività. il suono con cui hanno materializzato tutto questo è andato poi a fare scuola, è stato dissezionato, è stato etichettato ma di fatto quello che i talk talk hanno creato non è rock, non è post-rock, non è pop, non è jazz, non è classica, è una sola cosa: arte. non capirlo e volerla inquadrare è uno sbaglio e un’offesa nei suoi confronti.

venerdì 22 luglio 2016

'whiplash'



[chiedo scusa per la mia incompetenza da un punto di vista cinematografico in questa mia prima (e probabilmente ultima) recensione di film.]

è passato un po’ di tempo da quando ‘whiplash’ è uscito al cinema; volevo parlarne al tempo ma ho pensato non ne valesse la pena, poi l’altro giorno ne ho rivisto un pezzo in tv e ho deciso che sì, ne vale la pena: ‘whiplash’ è uno dei film più inutili, mediocri e peggio scritti che abbia mai visto.
punto primo e più importante di tutti: ‘whiplash’ è UN’OFFESA alla musica. in tutto il film si sentono a ruota gli stessi 3 pezzi, suonati sempre nello stesso identico modo, ovvero leggendo a pappagallo le parti, cosa che nel jazz succede sì ma non è di certo l’unica via, anzi. alla base del jazz c’è l’interplay tra i musicisti, qui di interplay non ce n’è nemmeno l’ombra, si vedono solo scimmiette ammaestrate che eseguono. poi, per restare nell’ambito musicale, il messaggio che si trae dalla fine del film è: stai chiuso in cantina a studiare ore e ore e ore e sviluppi tecnica e velocità che è tutto quello che ti serve (“faster” faster!!”, manco si allenassero per i 100 metri olimpici), diventa un onanista dello strumento e quando ti senti pronto, fottitene di tutti gli altri musicisti e fai lo sborone davanti al pubblico, allora sei un musicista. bravi, complimenti, funziona proprio così.
sorvoliamo sul fatto che se studi batteria e ti sanguinano le mani forse non hai capito un cazzo di come si tengono le bacchettee passiamo all’aspetto umano dei personaggi. simmons ha vinto l’oscar per la sua interpretazione ed effettivamente l’intensità con cui si cala nel personaggio è ammirevole. quello che non è ammirevole è il personaggio: scambiato da più parti per “l’insegnante duro che ti sprona”, si rivela essere in realtà un frustrato egomaniaco; ce ne sono parecchi di insegnanti così, è vero, ma allora questo mi conferma che ‘whiplash’ non è un film di musica ma un film di interazioni umane. va bene, mettiamola così e vediamo cosa si riesce a salvare: l’insegnante è frustrato e cerca liberazione, c’è un’evoluzione di questo personaggio? no, alla fine sorride, questo è quanto. vuole sottintendere che da quel momento sarà una persona diversa nella vita perché ha trovato il suo charlie parker? sinceramente ne dubito e, se questa fosse effettivamente l’implicazione finale, renderebbe tutto una cagata ancora peggiore.
ma parliamo del protagonista, il nostro andrew neiman che vive mille disavventure per poter realizzare il suo sogno. si sbatte per mezzora di film per uscire con una, poi si rende conto che no, deve studiare e non ha tempo, quindi la molla in 5 secondi di scena di un’inutilità agghiacciante. a me non dà l’idea di uno studente motivato ma di una persona con forti problemi sociali incapace di gestire il proprio tempo e di curarsi di persone che non siano… se stesso. poi la fissazione con buddy rich. confermo, buddy è stato uno dei 5 più grandi batteristi mai esistiti ma da qui a non citarne mai nemmeno un altro ne passa: che in un film con protagonista un batterista jazz non vengano nemmeno nominati elvin jones, tony williams, max roach o jack dejohnette è quantomeno curioso.
soprassediamo sulla famiglia di andrew, chiaramente un espediente del film per tirare in lungo in quanto non spiega assolutamente niente in più di quanto non si potesse già intuire dalle altre scene, anzi infastidisce con una retorica irritante ed abusata, realistica ma anche noiosa e già ampiamente sfruttata nel cinema (un film bellissimo come “the boat that rocked” riesce ad affrontarla in modo molto più efficace facendo ridere).
c’è poi la pesantezza di fondo di tutto il film, una cortina grigia claustrofobica che toglie l’aria a tutta la storia e si incarna fondamentalmente in un punto: se non ti stai divertendo a fare musica, che cazzo fai musica a fare? se dev’essere un peso, una costrizione, una mezza schiavitù, considerando che di certo non hai un particolare dono, chi te lo fa fare? a pensarci bene di fatto questo punto rende inutile l’intero film. 
ed eccoci tornati al punto iniziale: ‘whiplash’ è un film inutile, pesante, diseducativo e scritto in maniera mediocre, un esercizio di stile senza stile, una sega mentale sulle seghe mentali. 
giusto per gradire, chiudo l’articolo con qualche citazione da un’intervista a peter erskine, uno dei migliori batteristi jazz degli ultimi 40 anni, in cui parla del film:

"I'm disappointed that any viewer of the film will not see the joy of music-making that's almost always a part of large-ensemble rehearsals and performances. Musicians make music because they LOVE music. None of that is really apparent in the film, in my opinion.”

"It's a movie, and the actor did a good job. The drummer(s) who did the pre-record did a very fine job. Teller is a good actor. He's a so-so drummer: his hands are a mess in terms of technique, holding the sticks, etc., and no true fan of Buddy Rich would ever set up his or her drums in the manner that Teller's character does in the film.”

"If the film takes place "now," any drummer playing like that at a competitive jazz festival --especially one in New York City -- would get a cymbal thrown at their feet by the ghost of Papa Jo Jones, or I'd do it for him.”

“The misrepresentation of the Jo Jones throwing the cymbal at Charlie Parker's feet anecdote may well lead people to thinking that Jo Jones did indeed […] try to decapitate Charlie Parker […]. Papa Jo eventually tossed a cymbal towards Charlie Parker's young FEET in a "gonging" motion to get him off the bandstand. Jazz masters could be tough, but the movie gets that story all wrong."


grazie peter, mi sento meno solo al mondo. torno in cantina a studiare, felice che non mi sanguinino le mani.

martedì 12 luglio 2016

schammasch, "triangle"


gli schammasch sono un quartetto svizzero che con ‘triangle’ è giunto al terzo disco. molto onestamente vi dico che manco li avevo mai sentiti nominare fino a qualche giorno fa per cui non ho molto idea di cosa sia successo prima di questo disco. per quel poco che ho sentito i quattro orologiai prima si dedicavano a un black più “ortodosso” con i classici momenti doom e cliché vari.
‘triangle’ invece è un disco triplo che però per la durata poteva essere anche doppio: il totale è infatti di poco più di 100 minuti, i tre dischi durano circa 34 minuti l’uno. perché allora questa scelta bizzarra? perché i tre dischi hanno nette differenze tra loro, pur rimandando ad un disegno generale coeso e ben organizzato.
è un concept album su… la morte. arrivano comunque dal black metal, che vi aspettate? i tre capitoli identificano tre fasi del trapasso: ‘the process of dying’ (non credo ci sia bisogno che ve lo spieghi), ‘metaflesh’ (il decadere della carne e il sorgere dello spirito come essere ultimo) e ‘the supernal clear light of the void’ (il buio, il vuoto, il nulla.).
musicalmente mi sono trovato ad ascoltare uno dei pochissimi dischi metal entusiasmanti degli ultimi anni. non che ci siano rivoluzioni o grossi scossoni al genere ma gli schammasch conoscono molto bene la loro materia e se la suonano e gestiscono in maniera egregia, passando da un primo disco più canonico, seppur decisamente ispirato, ad un secondo che mette in tavola decise sterzate di doom cosmico, chitarre liquide e psichedeliche, passaggi pseudo-folk e molti altri colori da scoprire fra le trame dei pezzi, pur restando su suoni polverosi e antichi tipici tanto dell’estetica black quanto di quella doom.
il terzo disco riesce a sorprendere ancora andando più in là: per raccontare il grande vuoto gli amici cioccolatai del black imbastiscono 34 minuti di dark-ambient-drone-folk che sta tra i death in june, i dead can dance e gli ulver (quali ulver? decidete voi). sebbene anche questa non sia certo una trovata geniale, contribuisce alla costruzione del disco in maniera funzionale e dinamica e porta a compimento quel disegno generale di cui si parlava prima: un inizio legato alla furia black per descrivere la morte, una parte centrale che unisce violenza e oasi meditative in cui lo spirito si stacca dal corpo e un finale dilatato e aperto all’infinito per mostrare quello spirito che vaga nel vuoto.
volendo fare un giochino un po’ scemo potremmo vedere i tre dischi come l’equivalente delle tre fasi black metal degli ulver: il primo disco si può affiancare a ‘nattens madrigal’, il secondo a ‘bergtatt' ed il terzo a ‘kveldssanger’, sebbene contenga molte più tracce degli ulver di 'lyckantropen themes’ o ‘shadows of the sun’. ci si ritrovano anche evidenti tracce di quel black sperimentale che da anni fa sfornare grandi dischi ai negura bunget, sicuramente i migliori di questa nuova ondata, e che in passato ci ha donato i grandi album dei taake.

quello che posso assicurarvi è che questo è senza dubbio il miglior disco metal che abbia sentito quest’anno e probabilmente anche lo scorso (quasi a pari mi viene in mente solo 'm' di myrkur l'anno scorso o il buono (ma non a questi livelli) ultimo degli oranssi pazuzu). pur non inventandosi niente gli schammasch realizzano un’opera compiuta, compatta, varia e dinamica con grande intelligenza e ottima padronanza dei mezzi. attendendo che li annuncino per il roadburn 2017, lascerò che 'triangle' invada la mia estate.

martedì 24 maggio 2016

katatonia, "the fall of hearts"



la carriera dei katatonia è costellata di dischi stupendi, fra i quali trovano posto almeno 3 capolavori che sono l’apice delle varie fasi: ‘brave murder day’, ‘last fair deal gone down’ e ‘night is the new day’. in mezzo a questi, di dischi brutti non ce n’è mai stati; si può parlare dell’ingenuità di ‘dance of december souls’ o ‘discouraged ones’ ma non si dimentichi che erano dischi in cui gli svedesi o stavano iniziando (il primo) o stavano provando cose nuove (il secondo).
nel 2016 assistiamo all’uscita del primo disco pacco della carriera dei katatonia. bruttino, prolisso, già sentito, poco a fuoco e piuttosto moscio e inutile.
parole pesantine da chi li ha amati per anni ed è corso a parigi per vedere l’esecuzione per intero di ‘last fair deal’, eppure ci sono rimasto proprio malino.
la tendenza generale dell’album è la seguente: le parti metal sono ancora più metal, le parti non metal sono semiacustiche o elettroniche, queste sono le due dinamiche impiegate più o meno per l’intero album. il problema si aggrava quando le parti metal vogliono spingere sulla parte “””prog”””, più o meno alla maniera dei vecchi opeth, peccato che il risultato sia solo che queste parti suonano vecchie, vecchie, vecchie, stantie, già sentite, già esplorate. gli arrangiamenti non si fanno notare per particolare dinamica o cura, piuttosto arriva ad innervosire il continuo uso di sestine o terzine come unica variazione: si infilano in quasi tutti i riff distorti e sono l’unica modulazione ritmica che succede nei brani (e succede in metà dei brani). 
 ma è anche vero che questi paciosi nordici non hanno mai inventato dal nulla, la loro forza è la loro poetica personale con cui hanno sempre ammaliato l’ascoltatore. il suono che culla c’è, purtroppo questa volta mancano dei veri agganci melodici che si facciano ricordare, mancano ritornelli ficcanti, mancano idee precise alla base dei pezzi e, ancora peggio, manca una vera identità delle canzoni che si susseguono senza cadute eccessive ma anche senza nessuno sbalzo.
la formazione è cambiata ancora, ora nystrom si occupa di tutte le chitarre e alla batteria è arrivato daniel moilanen, ahimè altra nota dolente: mollino, senza mordente, un suono scarso anzichenò e assolutamente privo di quella ritmicità convulsiva e propulsiva che aveva invece liljekvist, arma “segreta” della band per molti anni.
non ho purtroppo da segnalarvi canzoni che spicchino nel bene, ne ho invece (purtroppo, di nuovo) in negativo: ‘takeover’ è la peggior apertura di tutta la discografia, ‘decima’ frantuma i maroni come faceva “damnation”, ‘serac’ si trascina per sette minuti e mezzo di pseudo-prog insipido, ‘passer’ è una smetallata che puzza di 2000-2005. 

detto tutto questo, in ogni caso darò ancora possibilità al disco per cui sai mai, non sorprendetevi se vedrete comparire una seconda recensione che smentisce tutto questo. per ora bocciati per la prima volta in 23 anni.

domenica 1 maggio 2016

r.i.p. prince rogers nelson



non è sempre facile separare l’artista dall’essere umano che ci sta dietro. se devo sforzarmi di trovare un lato positivo nella morte di uno dei 2 o 3 più grandi artisti degli ultimi 40 anni questo sarebbe proprio il fatto che ora, non essendoci più l’umano, è rimasto solamente l’artista. siamo liberi dal dover far finta di nulla davanti a capricci e cazzate. il prezzo da pagare è però di quelli davvero pesanti: non poter mai più vedere prince dal vivo è una cosa orribile.
quando dico “uno dei più grandi” non lo dico a caso. michael jackson aveva un intuito melodico pazzesco e una capacità di arrangiamento incredibile ma poi aveva bisogno di musicisti che gli suonassero i dischi, prince no. lo stesso dicasi per il genio rivoluzionario di ray charles o di james brown, senza il quale prince di certo non avrebbe potuto fare ciò che ha fatto. l’unico a cui lo si può davvero avvicinare è stevie wonder, col quale aveva più punti in comune, dall’essere polistrumentista ad aver fatto suo uno stile che fondeva mille generi diversi in un solo pentolone. su questo aspetto però prince si è spinto ancora più in là, la sua musica ha veramente toccato ogni confine, sempre con una libertà e una naturalezza che dubito verranno mai eguagliati.
la stessa naturalezza con cui si è sempre preso gioco di tutti, a partire dai giornalisti, categoria da lui non proprio ben vista (vedasi la geniale trollata del simbolo impronunciabile, in bilico tra capriccio da primadonna e dito medio al mondo). il risultato è che si sa poco e un cazzo della vita di prince e c’è almeno una chiave di lettura che potrebbe non dico giustificare ma almeno spiegare molte delle sue scelte (infanzia difficile, isolazionismo, fama da giovane e conseguente sfruttamento da parte del business, non escludo che diventare testimone di geova per un periodo possa avergli salvato la vita anni fa).
poi però mettiamo su sign 'o’ the times e nulla di tutto questo importa più.

usiamo troppo e a sproposito la parola “genio”, senza pensare bene a ciò che vuol dire e ciò che comporta. l’artista che se n’è andato, chiamiamolo di nuovo prince o come ci pare, ormai poco importa, era un Genio e la musica tutta dovrà essergli riconoscente per sempre, tanto quanto a ray charles, miles davis o beethoven.

domenica 10 aprile 2016

prince, "parade"



vi ho parlato di un po’ di cose strane di prince, ora voglio saltare tutti i passaggi e arrivare a quello che è il mio disco preferito nella sua sterminata discografia. ognuno ha i suoi gusti e possono essere dei più disparati ma nel 95% dei casi se chiedete ad un fan di prince quale sia il suo disco preferito la risposta sarà uno degli album tra l’82 e l’88. nel pieno degli anni ottanta prince era una forza inarrestabile, sia come musicista che come personaggio. se michael jackson era la faccia autistica ed asessuata del pop, lo gnomo di minneapolis replicava caricando(si) di una tensione sessuale che arrivava al parossistico (titoli come ‘head’ o ‘jack u off’ e testi come quello di ‘darling nikki’). nell’86 questa carica non sparisce ma per un attimo si manifesta in un modo molto diverso. 
‘parade’ in teoria è una colonna sonora. dico in teoria perché il film a cui si accompagna è una cagata, con prince nei panni di un artista squattrinato (credibile quanto una banconota da 7,23 euro) che si innamora di una strappona milionaria o una roba del genere e poi alla fine muore. nonostante lo squallore di tutto ciò, c'è da notare come il tono provi a mantenersi alto, senza finire nei momenti espliciti di 'purple rain' o 'graffiti bridge'. laddove il film (in bianco e nero, dimenticavo) mostrerebbe un artista patetico, cotto e che vive unicamente di cliché, la colonna sonora è l’esatto opposto di tutto questo. è una dimostrazione di forza e chiarezza d'intenti, è l'apice artistico di un musicista al suo meglio che invece di portare al massimo i suoi aspetti più plateali li mimetizza in una complessa opera di arrangiamento e trasformismo, musicale e non.

‘parade’ è un disco stronzo perché al primo impatto lascia spiazzati. è il terzo ed ultimo disco accreditato a prince and the revolution, poi in realtà la maggiorparte degli strumenti son sempre suonati dal minion. i suoni sono secchi e molto in primo piano e gli arrangiamenti da sgt pepper di ‘christopher tracy’s parade’ stordiscono da subito l’ascoltatore con una fanfara orchestrale. è probabilmente il disco più estremo di prince, in senso che qui la sua creatività è amplificata e sbattuta in faccia senza mezze misure, per trovare il bandolo della matassa e venirne a capo serve tempo e pazienza per assimilare i pezzi.
‘new position’ risale al 1982 ed è un funk superasciuttissimo guidato da un beat ossessivo suonato da prince stesso e in questi primi due pezzi si trova già un importante filo conduttore del disco: da un’idea iniziale semplice si sceglie una via da intraprendere, se sfruttarla nel modo più ‘puro’ possibile o costruirci sopra complesse architetture sonore fatte di orchestrazioni astratte e vocalizzi impazziti, sopra all’inarrestabile ossatura ritmica che regge tutto l’impianto. ‘new position’ sceglie la prima strada, ‘life can be so nice’ e ‘mountains’ la seconda, andando ad evolversi in modi inaspettati: una arriva a farci sentire prince che suona la doppia cassa, l’altra da un ritornello aperto e solare va in una sezione strumentale che sta più dalle parti del prog che del pop. ma del resto ‘anotherloverholenyohead’ gioca col gospel su una ritmica funky che di più non si può, poi c’è un intermezzo di archi e poi un riffazzo zarro con i cori sopra, non è difficile perdersi per strada. 

meno male che almeno c’è ‘kiss’ che dona un momento di certezza in mezzo al delirio. il momento di certezza qui in mezzo è un singolo da milioni di copie che suona funk più del funk stesso, ma senza il basso. batteria, chitarra e tante tante tante voci, in fondo un pezzo del genere poteva uscire solo da questo disco: c'è una base "semplice" e l'arrangiamento vocale decide come giocarci man mano. di certo ci sono momenti in cui il botta e risposta tra solista e cori riporta ancora una volta al gospel mentre la base senza james brown non sarebbe mai esistita, ribadendo l'identità assolutamente afroamericana di prince. 
l’unico pezzo che potremmo chiamare “consolatorio” è il gran finale con ‘sometimes it snows in april’, intensa ballata acustica, esemplare quasi unico nella discografia del pervertito coi tacchi. prince è protagonista con un’interpretazione vocale toccante e sentita (il film è patetico ma la sua capacità vocale riesce a dare anima ai personaggi, almeno quando non hanno faccia; da qui il trasformismo non musicale di cui sopra.) mentre wendy e lisa lo accompagnano solo con pianoforte e chitarra acustica (l’idea che rimane semplice), uno degli episodi più belli mai scritti dal nostro.


ero in seconda media quando ho comprato ‘parade’ e per tanto tanto tempo non ci ho capito veramente un cazzo. ‘purple rain’ o (soprattutto) ‘sign o the times’ non avevano tanta creatività in meno a guardare bene ma riescono ad arrivare prima perché puntano sulle canzoni e quelle in quel periodo a prince non mancavano. ‘parade’ punta sul suono, sull’atmosfera sottovuoto e su un eclettismo musicale che si spinge all’estremo, ai confini del pop e ogni tanto anche oltre. ma se va oltre allora che cosa diventa? diventa prince, semplice, no?

domenica 3 aprile 2016

O(+>, “the gold experience”



venne poi il giorno in cui il nano sbroccò del tutto. precisamente nel 1993, quando prince rogers nelson, dopo aver dato alle stampe un’accozzaglia di scarti rielaborati chiamata ‘come’ ed accreditata a ‘prince 1958-1993’, decise che era ora di cambiare. non solo la casa discografica, la warner che a suo dire tarpava la sua creatività impedendogli di pubblicare 3 o 4 dischi all’anno (se erano tutti sulla scia di ‘come’ non è difficile immaginare il perché…) ma anche il suo stesso nome, in 
come si pronuncia questa cosa? non si pronuncia. al limite mmfnnnn o gghhhrrgngn, oppure, come han fatto tanti, facendo incazzare il nano, lo si chiama tafkap, ovvero the artist formerly known as prince. questo poi, quando il tappo si è richiamato prince, ha fatto ovviamente sì che il suo nome potesse essere the artist formerly known as the artist formerly known as prince. tafkatafkap, manco una filastrocca del gabon.

ma lasciamo perdere tutta questa storia, chiamatelo come vi pare, il vero problema di princino il breve in questo periodo era il suo evidente calo di ispirazione. per tutta la prima metà dei ’90, ovvero durante il periodo new power generation, mmfnnnn si era preso bene con il rap e le gang e l’hip hop e gangsta shit, che del resto stava spopolando anche nel resto del mondo. purtroppo però sui suoi pezzi normalmente ci sta bene come la melma sulle lasagne per cui in buona parte ne avremmo fatto volentieri a meno (quasi l’intero disco ‘diamonds and pearls’ si può prendere e buttare via senza pensarci troppo). in ‘the gold experience’ la parola d’ordine è ecletticità, questo è il modo buono di dirla, se no si può dire che c’è un nucleo coeso con attorno roba un po’ a cazzo di cane, poco cambia. di sicuro i pezzi che costituiscono il cuore dell’album sono tra i più ispirati di tutto il decennio, dalla botta di adrenalina (o endorfine) di ‘endorphinmachine’ al funk zozzissimo di ‘billy jack bitch’ (che dà bellamente della puttana ad una giornalista gossip di minneapolis che odiava il nostro musico bonsai), l’ammiccante (dai, davvero?) ‘319’ e l’incredibile porno-ballata ‘shhh’, tanto ridicola nel testo quanto retta da una prestazione inarrivabile del gruppo, con quella macchina da guerra di michael bland alla batteria a trascinare il pezzo e tafkatafkap perso in un’interpretazione da pelle d’oca, sia alla voce che alla chitarra. ‘dolphin’ è un buon pop-rock con chiare tracce hendrixiane e ‘p control’ (p sta per pussy. sorpresi?) è probabilmente la miglior opener di tutti i suoi (del nano) dischi dei ’90. ottimo anche l'apporto della sezione fiati, i cui interventi riescono sempre a rivitalizzare le canzoni e ad accentuare dinamiche e groove.

in mezzo poi c’è la sabbietta a riempire gli spazi. a parte i fastidiosi interventi dell’npg operator che ci tiene a darci importantissime comunicazioni di servizio come ‘prince està muerto’ o “that was just a sample of the many experiences the dawn has to offer. to continue, please press come”, roba forte, ci sono una serie di canzoni che spaziano dalla rotolante ‘we march’ alla quasi identica ‘now’, passando per la gradevole ballata acustica ‘shy’ e arrivando alla conclusiva ‘gold’, macchiata un po’ dall’eccessivo entusiasmo che frenava anche ‘graffiti bridge’ qualche anno prima. non siamo al livello dei brani migliori ma non c’è nemmeno nulla che possa definirsi brutto, il brodo viene allungato un po’ troppo, tutto qui. resta sorprendentemente solida la capacità di utilizzare linguaggi e fraseggi dei generi più disparati e renderli significativi in un contesto in cui vale tutto, o quasi. è lo stesso concetto del miracolo di 'purple rain' o 'sign o the times' ma trasportato di dieci anni.

alla fine dei conti, guardando i dischi che il coboldo minneapolitano ci ha dato negli anni 90 è abbastanza facile dire che questo fosse il migliore. oltre all’essere il proverbiale orbo nel paese dei ciechi, non è nemmeno del tutto orbo e soprattutto l’occhio da cui ci vede funziona proprio bene. certo, poi vede tutto da quell’altezza ma questo è un altro discorso.

martedì 8 marzo 2016

motorpsycho, 'here be monsters'



il pianeta motorpsycho di stare fermo non ne ha mai voluto sapere. a ben vedere, il periodo in cui il trio si è mosso di meno è stato proprio quello appena passato, inaugurato da ‘little lucid moments’ fino a ‘behind the sun’ del 2014, in cui l’aspetto più suonato del gruppo è stato esplorato in ogni modo possibile. ‘here be monsters’ arriva e non si capisce bene se sia la chiusura di quel capitolo o l’inizio di uno nuovo, di sicuro è qualcosa di diverso, anche se non completamente. 
quello che rimane fisso è proprio quella fisicità data dagli strumenti live, ripresi in maniera impeccabile in un mix (ad opera di thomas henriksen che si occupa anche di tutte le tastiere)
apparentemente semplice che risulta veramente evoluzione dei suoni dei primi ’70, sostenuto da un mastering eccellente che ne fa risaltare ogni sfumatura dinamica e di colore (consigliato il pacchetto in vendita vinile+cd a 15 euri QUI). 

quello che però fa di nuovo la differenza, finalmente, sono le canzoni. infatti la critica che si può muovere al trio negli ultimi anni è che abbiano sì sfruttato in ogni modo il loro suono ma questo a volte è avvenuto a scapito della scrittura e della fruibilità dei pezzi. anche nei capitoli migliori infatti (‘still life with eggplant' su tutti ma anche ‘the death defying unicorn’ o ‘heavy metal fruit’) ogni tanto si perdeva il filo delle canzoni, dilungate in infinite jam che confondevano un po’ il disegno generale. nel 2016 questo non succede, le canzoni di ‘monsters’ sono perfettamente a fuoco ed ognuna di loro ha un carattere individuale difficilmente confondibile con quello delle altre, ognuna è una storia a sé ma messe tutte in fila restituiscono un disegno preciso e definito, pur nei suoi contorni sfocati. da ricordare che i brani sono stati composti insieme a ståle storløkken, quindi concepiti con già le tastiere, ma registrati poi con henriksen allo strumento per altri impegni di storløkken.
perla assoluta del disco è ‘running with scissors’, uno strumentale trainato da un tema di flauto traverso, contrappuntato dal basso ed armonizzato dalla chitarra in maniera sublime, mentre la batteria morbida del sempre incredibile kapstad marca i continui ma sottili cambi di tempo del brano. un pezzo magistrale che ricorda le calde melodie west coast già recuperate anni or sono nel bellissimo ‘let them eat cake’, sonorità che per altro si fanno sentire decise anche nella pinkfloydiana ‘lacuna sunrise’, un lento crescendo che ammalia nella sua bellezza cristallina.
grandiosa la gestione di un meccanico 7/8 in ‘i.m.s.’, il groove di kapstad con le sue infinite variazioni traina tutta la canzone più in linea col recente passato del gruppo per poi buttarsi in pieno nei tempi andati con ’spin, spin, spin’, cover del brano d’apertura del secondo disco degli americani h.p. lovecraft del ’68, ben riuscita e ottimo defaticamento prima del gran finale che già sta facendo sbavare i progster di mezzo mondo, ovvero l’epica ‘big black dog’. 

i suoi quasi 20 minuti meritano un paio di righe a parte: negli ultimi 20 anni troppo spesso è stata vera l’equazione prog+suite=merda; i dream theater sono maestri in questo ma in generale capita sempre più di rado di sentire un brano più lungo di 10 minuti che riesca a mantenere l’interesse dell’ascoltatore, basti pensare alla valangata di ciarpame datoci in pasto dai flower kings e compagnia sveziana. ‘big black dog’ riesce ad evolversi lentamente, aggiungendo poco alla volta fino a momenti di pienezza che quasi stordiscono me senza mai dimenticarsi la melodia, tanto che la delicata linea dell’introduzione viene recuperata nel mezzo del casino fatta dal mellotron e ricalcata dalla voce, mentre tutto il resto si è spostato di tonalità. espedienti che mostrano le capacità musicali ormai indiscutibili (da un bel pezzo…) dei tre norvegesi e che permettono al brano di estendersi per tutta la sua durata senza mai calare di intensità.

che altro dire, per mio gusto siamo di fronte al miglior disco dei motorpsycho da ‘trust us’ a oggi, sicuramente il più compatto, focalizzato, meglio scritto e più riuscito, senza filler né momenti ‘generici’, prodotto in maniera superba (dal solo bent sæther) ed esaltato perfettamente da mix e mastering magistrali. non ho assolutamente nulla di cui lamentarmi, sono quasi deluso.

venerdì 5 febbraio 2016

corrections house, "know how to carry a whip"


“last city zero” nel 2013 era stata una bella sorpresa, aveva portato alla luce un progetto marcio e sbagliato, corredato da uno spettacolo live disturbante e sporco come solo mike williams sa essere. unico difetto da indicare, alla fine i pezzi del disco potevano sempre essere ricondotti chiaramente ad uno degli altisonanti componenti della band (per la cronaca, mike williams (eyehategod) alla voce, scott kelly (neurosis) alle chitarre, bruce lamont (yakuza) al sax e sanford parker, produttore, ingegnere del suono e responsabile della parte elettronica).
con “know how to carry a whip” i corrections house hanno risolto quel problema e ciò è molto bello. quello che non ci si aspettava è che il livello di coesione del gruppo potesse, in così breve tempo, giungere a tale stato di maturazione. come se non bastasse i quattro lercioni sonici hanno scritto una manciata di canzoni a loro modo perfette in cui ogni componente è a suo (dis)agio e tutto converge verso un punto focale: lo schifo. lo schifo della società, dell’essere umano, della vita, lo schifo dello schifo e di tutto quello che fa schifo. è un disco che vomita a getto e in continuazione, non dà tregua e non ne vuole dare: i beat elettronici sono marziali, asfissianti e distorti, la chitarra alterna feedback lancinanti e riffazzi che pare che ti saltino sulla faccia e intanto si incastra col sax che a volte sembra davvero un sax, se no è solo un altro urlo agghiacciante. solo un altro, perché quello là davanti, comunque vada, urla più di tutti. williams traina tutti nell’abisso coi suoi declami apocalittici dalla fogna più profonda e ogni tanto lascia il posto a qualcuno degli altri per mettere lì una melodia dove non te lo aspetti, quasi speri che le cose possano andare meno peggio per un attimo… e poi invece BAMBAMBAMBAM riprendono sulle ginocchia.
è un disco che dà fastidio e ci tiene a farsi sentire, non riuscirete a fare finta di niente, è come la macchina che passa sotto al ponte quando tu cammini e ti schizza la pozzanghera di pioggia e piscio addosso. puoi anche fare finta di niente ma intanto fai schifo pure tu.

avete presente quel disco che avremmo voluto da trent reznor dopo "the fragile”? potremmo non essere lontani. con un’unica differenza, incredibile a dirsi: qui tutto fa ancora più schifo.

mercoledì 27 gennaio 2016

ulver, "atgclvlsscap"

                         

c’è un’idea che mi è nata anni fa, precisamente poco dopo la pubblicazione di "shadows of the sun”, uno dei vertici assoluti della carriera degli ulver. quest’idea è che il vero punto di svolta nella storia di rygg e amici vari sia stata la loro esplorazione del silenzio fatta nel 2001 con i due ep “silence teaches you how to sing” e “silencing the singing”, poi raccolti nel disco “teachings in silence”. è stato in quel momento che gli ulver hanno veramente rotto con un passato che andava a creare climax emotivi riempiendo lo spazio; picco di questa tendenza è stato “the marriage of heaven and hell”, l’unico episodio davvero non riuscito nella loro discografia, ma anche “perdition city” ogni tanto si lasciava andare ad eccessi, nonostante l’evoluzione della band andasse già chiaramente in un altro senso. con quegli ep gli ulver hanno colto il vero senso del silenzio e da allora sono stati in grado  di usarlo a loro piacimento, evitandolo in “blood inside” e giocandoci per creare i profondi e spettacolari chiaroscuri di “shadows of the sun” (senza dimenticare i 5 minuti di puro silenzio messi in coda al disco non certo per errore).
“messe” e “terrestrials” hanno messo in campo gli ulver alla loro massima padronanza dei mezzi musicali, col gruppo che gioca a scomparire quando vuole, lasciando il campo all’orchestra nel primo caso e ai sunn O))) nel secondo. curiosità proprio riguardante “terrestrials”, visti gli ultimi parti dei due terroristi americani da “monoliths and dimensions” a oggi, inclusi balletti e varie follie artistoidi, era lecito aspettarsi ben di più di uno sciapo e molle “kannon”, loro non hanno imparato dagli ulver ma gli ulver hanno imparato da loro.

giungiamo finalmente al nuovo arrivato, “atgclvlsscap”. dietro al criptico titolo si nasconde l’acronimo dei 12 segni zodiacali, 12 come il numero di date in giro per l’europa da cui sono tratte le basi per questo progetto. durante quel mini-tour (passato anche al bloom di mezzago per una serata fantastica) il gruppo partiva da piccole idee, loop o frammenti di vecchie canzoni e su questi improvvisava. (excursus: teniamo conto che parliamo di un gruppo che ha fatto il suo primo live 15 anni e 7 album dopo il suo esordio sul mercato e a queste date ha fatto seguire un concerto all’opera di oslo, uno in formazione alterata al roadburn (esibendosi solo in cover psichedeliche anni ’60), un tour normale e uno con un’orchestra, poi si son messi ad improvvisare sul palco. ci sono band che suonano dal vivo da 40 anni e non hanno fatto nemmeno la metà di tutto ciò.)
queste improvvisazioni sono poi state selezionate, editate e rielaborate, mischiando materiale live con altro suonato in studio e dando forma al doppio disco. 
"forma” direi che è una parola chiave per capire cosa succede qui: il tessuto sonoro sotteso all’intero disco è astratto e larghissimo, come una tela con solo qualche tratto e da qui gli ulver impostano un’immagine che è fatta proprio di forme che si consolidano per poi sparire nel nulla, creando ora climax impetuosi, ora delicati soundscapes che cullano più che incutere timore come nel recente passato.
nella costruzione dei climax sta un’altra sfumatura del genio di rygg e compagni. il gruppo infatti riesce nella difficilissima impresa di lambire territori “post-“ senza scadere mai nel banale, misurando gli strati sonori e creando crescendo intensissimi sottraendo invece che aggiungendo materiale (e qui l'esperienza di “teachings in silence” è evidente). il coraggio di questa scelta è rimarcato dalla quasi totale assenza (sigh) della splendida voce di rygg stesso, relegata a due soli pezzi su dodici (l’intensa rielaborazione di 'nowhere/catastrophe’ e la seguente, toccante ‘ecclesiastes’). l’interazione tra gli strumenti viaggia su binari simili, quando la trama ritmica inizia a farsi fitta troviamo quasi sempre un diradarsi dello sfondo e viceversa; trama ritmica per altro resa ancora più ricca dal sostegno che le percussioni spesso danno alla batteria.
i suoni sono un altro aspetto notevole del lavoro: senza sacrificare l'aspetto live (necessario anche per comprendere lo svolgersi delle canzoni) la produzione in studio riesce a non risultare mai finta o distaccata, la dinamica è perfetta e ne esce una pasta sonora generale che dona carattere al disco senza sopraffarlo (consigliata ovviamente la versione in vinile, ancora più dinamica ed avvolgente).
non siamo di fronte al miglior disco degli ulver ma sicuramente li troviamo ad uno dei loro picchi creativi, in una veste ad oggi ancora inedita su disco, quella di live band, in più su un terreno pericoloso come quello dell’improvvisazione/composizione estemporanea.
il tempo passa ma gli ulver di ripetersi non ne vogliono sapere e con “atgclvlsscap” fanno un altro passo avanti a testa alta, uscendo ancora una volta vincitori, sebbene ormai unici gareggianti poiché gli altri sono tutti rimasti indietro.