venerdì 12 dicembre 2014

pink floyd, "the endless river"



molte volte esordisco con "è difficile parlare di questo disco". può sembrare strano che in questa grande occasione invece dica esattamente il contrario, ancora più strano se si considera la conclusione del discorso: questo è, ovviamente, il disco dell'anno 2014. perché? è molto semplice: è il più bel disco a nome pink floyd da the wall ad oggi, supera non di poco sia il mediocre 'a momentary lapse of reason" che il buon 'the division bell', dalle cui sessioni derivano le basi per questi "nuovi" pezzi.
metto le virgolette perché il materiale di partenza era stato scritto e già registrato dal compianto rick wright proprio nel '93-'94 ed oggi è stato completato e rimaneggiato dai due superstiti gilmour e mason (manco a dirlo, waters ripudia tutto ciò ed ha probabilmente un altarino davanti al quale lancia orribili maledizioni nei confronti dei due ex-colleghi).

allora, se vi aspettate che questo disco vi cambi la vita come 'dark side' o se sperate in qualcosa di nuovo e mai sentito o un'ulteriore evoluzione del suono pink floyd, 1) non avete letto le decine e decine di dichiarazioni di gilmour e mason a tal proposito, nelle quali presentano l'album come un tributo a wright basato su quelle registrazioni che in principio dovevano andare a comporre un disco ambient "compagno" di 'division bell', quindi quasi più un divertissement, 2) dai, su. partendo da questi presupposti, è facilissimo immaginare cosa si andrà ad ascoltare, se ancora si spera in una nuova rivoluzione… allora non vi capisco proprio.

quintali e quintali di tastiere ambient, loop e suoni dall'iperspazio che avvolgono e incantano come solo loro sanno fare, la batteria di mason morbida e cullante (che in un loop arriva a riportare la mente a "a saucerful of secrets"), la chitarra di gilmour lirica ed onirica che canta le sue linee sinuose e sopra a tutto i suoni di wright. TUTTI i suoni di wright, piano, hammond e i classici synth che vanno ora a citare "welcome to the machine", ora "the great gig in the sky" poi le delicate tappezzerie sonore di "shine on". messa così sembra un riassunto di una carriera e infatti è spesso proprio così ma l'intenzione che si percepisce è più quella di un gruppo di musicisti che si muove liberamente nell'ambiente che gli è più familiare in assoluto e ci si culla in un turbine di memorie. qualcuno ha notato come questo sia un disco sull'assenza ancora più di "wish": le basi son scritte e suonate da un morto, si citano momenti sia di barrett (morto) e waters (molto assente) e la copertina è realizzata come sempre dallo studio hipgnosis, fondato dal genio storm thorgerson… morto. e le dichiarazioni di gilmour riguardo allo stato della band (i pink floyd non esistono più e questo è l'ultimo disco che vedremo uscire con quel nome) fanno sì che di fatto anche i pink floyd stessi siano già morti. è un disco in cui tutto è lontano, gli appigli sono proprio quei suoni che ci ricordano i tempi che furono. 


l'unico pezzo cantato del disco (di cui non starò a citare altri brani poiché lo considero come un'unica suite, se conoscete il gruppo saprete trovare tutte le citazioni sparse) è la conclusiva 'louder than words' in cui gilmour ci racconta il suo punto di vista su ciò che sono stati i pink floyd nella storia. quello che poi sono stati per ognuno di noi è questione sulla quale si potrebbe parlare per mesi, io so cosa sono stati per me e so che 'the endless river' è un'opera commovente e sincera che rivelerà ad ogni ascolto sempre più strati di lettura ma che alla fine resterà esattamente quello che è nelle intenzioni dei suoi creatori: l'ultimo disco dei pink floyd, non un capolavoro ma il gran finale su cui scorrono le foto e i titoli di coda di un film che non ha alcun eguale nella storia del rock e della musica tutta. mi basta per farne il disco dell'anno.

domenica 9 novembre 2014

fates warning, 8.11.14, audiodrome, moncalieri



già lo dissi quando uscì 'darkness in a different light': di tutta la combriccola originale del prog metal, i fates warning sono gli unici che ancora girano con la loro dignità intatta e con capacità tecniche e compositive che non hanno nulla da invidiare a nessuno dei compagni. ad esempio rispetto ai dream theater, loro sono ancora capaci di scrivere canzoni, cosa che a quegli altri non riesce ormai da ben più di dieci anni, vuoi anche per l'intelligenza che i fates hanno avuto nel non ammorbarci con 15 uscite all'anno tra inutili live, dvd, raccolte e stronzate assortite.
purtroppo però mentre quelli là riempiono i palazzetti di ragazzine urlanti, i fates warning si ritrovano ancora a suonare in una topaia immonda quale è l'audiodrome di moncalieri, uno dei locali con la peggiore acustica che abbia mai sentito, squallido pure a vedersi col fondo palco ricoperto di tristi pannelli fonoassorbenti, veramente una merda di posto.

"purtroppo" mi perdo il primo gruppo spalla. purtroppo però (stavolta davvero) mi sorbisco il secondo e il terzo gruppo spalla. ci si chiede quale giro di conoscenze e mafia abbia appioppato queste palate di schifo ad aprire per un gruppo storico. comunque, mentre suonano i primi riesco a battere il mio personale record di snake sul cellulare; mentre suonano i secondi ci riprovo ma fallisco, questo è quello che ho da dire sui supporter.

salgono poi sul palco loro e la prima cosa che è chiara è che si dovrà lottare per poter distinguere la maggiorparte delle chitarre durante il concerto, vista l'oscena risonanza del locale sulle medio-alte, pare di stare in un garage, col rullante che sovrasta tutto e la voce che per qualche miracolo riesce a venire fuori decentemente (il fonico residente è stato visto più volte farsi bellamente i cazzi suoi mentre i gruppi suonavano, dimenticandosi di aprire i microfoni e quant'altro, si chiama "mix all'italiana" se non sbaglio). alder è in forma e i suoi cali sono secondari: alla sua età canta cento volte meglio di un fintissimo labrie o di un ormai scoppiato tate, glissando gli acuti, ok, ma grazie al cazzo: cantare the eleventh hour come bis dopo un'ora e venti di concerto è cosa ardua anche a 30 anni, figuriamoci a quasi 50.

il discorso è un po' delicato. a me il concerto è piaciuto perché quelle canzoni sono imbattibili, ci sono però tutte le considerazioni del caso: tralasciando il locale di merda, un tempo alla batteria c'era mark zonder, un uomo capace di dare classe, gusto ed eleganza anche alle parti più becere e metallare di matheos. jarzombek è sicuramente bravo tecnicamente ma il confronto sui vecchi pezzi è impietoso per tocco, groove e fantasia. non rovina le cose ma è tutto un pochinino più in basso. in generale è stato il concerto di un ottimo gruppo che però una volta era un gruppo fenomenale ed inarrivabile, se avete presente le vecchie esibizioni sapete di cosa sto parlando. joey vera invece rimane il bassista pazzesco che è sempre stato, capace da solo di trascinare la ritmica in molti momenti.

ci si para il culo con una scaletta composta con estrema intelligenza che tocca tutti i momenti topici della produzione degli americani da 'inside out' all'ultimo parto. se proprio volessimo cacare il cazzo potremmo dire che un secondo pezzo da 'disconnected' oltre e "one" non ci avrebbe fatto schifo ma quando si va a ripescare chicche come "pale fire", "wish" o "point of view" c'è davvero poco da lamentarsi e farlo sarebbe ingiusto.


concerto a suo modo controverso ma che mostra un gruppo che ancora lotta e ancora ha le forze per farlo, anche grazie a un repertorio che ad oggi nel genere non conosce rivali. ci si chiede come cazzo sia possibile che nel 2014 a vedere un gran concerto dei fates warning ci siano meno di 100 persone mentre a vedere la tristezza dei dream theater (con un batterista indecente che riesce a perdere il confronto con mike portnoy, ho detto tutto) accorrano a migliaia. misteri del metallaro medio, cose che non capirò mai.

setlist:

1. one thousand fires
2. pale fire
3. part of the machine
4. a pleasant shade of gray, part iii
5. one
6. simple human
7. i am
8. through different eyes
9. the ivory gate of dreams: iv, quietus
10. a pleasant shade of gray, part xi
11. nothing left to say
12. firefly
13. wish
14. life in still water
15. monument

16. the eleventh hour
17. point of view

lunedì 1 settembre 2014

crosby, stills, nash & young, "csny 1974"




è difficile anche solo decidere da dove cominciare a parlare di questo disco. sono talmente tanti gli aspetti da considerare che è impossibile parlarne per poche righe per cui sappiatelo: questo articolo sarà lungo. se vi interessa mettetevi comodi e parliamone.

contesto: nel '74 gli stati uniti sono quasi in ginocchio grazie agli anni drammatici dell'amministrazione nixon, che proprio in questo periodo è massacrata dallo scandalo watergate che porterà il presidente a dimettersi il 9 agosto, nel periodo in cui crosby, stills, nash e young stanno girando gli stadi d'america. il sogno hippie è ormai tramontato da un pezzo e i grandi raduni non hanno più quasi nulla di quello spirito libero e giovane, mentre invece si entra in pieno nel periodo di rinascita dell'eroina che porterà a una lunga serie di tragiche morti.
veniamo ai nostri 4:
crosby, dopo il tour del '71 con gli altri tre, ha dato alle stampe il capolavoro if i could only remember my name, epitaffio di quell'epoca morente, per poi allearsi con nash in un tour acustico (da cui lo splendido another stoney evening) che porterà all'incisione del loro primo disco in duo e nel frattempo si fa di qualsiasi droga possibile; nash fa la stessa identica cosa, pubblica il buon (non eccelso) songs for beginners per poi unirsi a crosby nelle suddette gesta, anche se con un pochino di droga in meno; stills dei tre originali è sicuramente il più attivo: pubblica il bellissimo esordio e gli fa seguire il mediocre stephen stills 2 per poi riprendersi con l'enciclopedico manassas, sottovalutato compendio di tutta la musica americana fino ad allora.
neil young da parte sua dopo il tour di 4-way street esplode nelle classifiche con harvest per poi entrare nel suo periodo oscuro registrando time fades away (dal vivo, con anche crosby e nash) e tonight's the night (che però non vedrà la luce fino al '75) e proprio in mezzo al tour fa uscire on the beach, completando così quella che verrà definita la “ditch trilogy”.
proprio young e crosby sono quelli che meglio interpretano storicamente questo periodo, anche nel loro rifugiarsi pesantemente in droghe e alcol.

in mezzo a tutto questo, il quartetto si riunisce solo in sporadiche occasioni senza mai accennare ad una possibile reunion ufficiale, almeno fino al '73. come già detto, crosby e nash parteciparono alle registrazioni di time fades away di young, in senso che verso la fine del tour, quando neil era devastato da droga e tequila e il suo gruppo si stava sfasciando, i due colleghi si aggiunsero alle date finali del tour. dopo la fine del tour, le voci di una reunion iniziarono a circolare insistentemente, fino a quando fu confermato che i quattro erano alle hawaii a lavorare su nuovo materiale. tuttavia questo materiale non vedrà mai la luce (qualcosa si trova sul cofanetto csn del '91) e il progetto (chiamato temporaneamente human highway) verrà abbandonato. nel '74 entra in gioco elliot roberts, manager dei 4 che convince il gruppo a riunirsi vista l'estrema richiesta da parte del pubblico (che manda in cima alle classifiche l'inutile best of so far, che aveva però in copertina il bellissimo disegno di joni mitchell fatto proprio per i concerti del '74) e la possibilità di soddisfarlo in modo rivoluzionario: un tour di due mesi solo in enormi stati di baseball e football.
proprio l'anno prima bob dylan aveva fatto il suo grande ritorno sui palchi dopo un lunghissimo periodo e la richiesta di biglietti aveva battuto ogni record; buona parte del merito per l'organizzazione del tour andava a bill graham, leggendario promoter dei fillmore che aveva fatto suonare tutta la storia del rock nei suoi locali. con lui si organizza un mostro di 31 date in ogni parte degli u.s.a. che durerà poco più di due mesi.

in dichiarazioni successive, i musicisti hanno iniziato a riferirsi a questo come il “doom tour”. ci sono vari motivi per questo, vediamoli.
voi provate a immaginare di essere uno dei gruppi più famosi al mondo che torna a suonare per un tour solo negli stadi che costa milioni di dollari. nel 1974. non ci vuole molto a immaginare che lo sfarzo e la bella vita possano venire facili in una situazione del genere. in questo caso ciò si traduce in leggende che vogliono montagne di cocaina negli alberghi e nei camerini, buffet sconfinati di crostacei e tutto ciò che di più costoso si possa mangiare, donne, macchine e quant'altro. il degenero ci mise poco ad arrivare e a frammentare di nuovo quell'entità chiamata csny, almeno giù dal palco (soprattutto young alla lunga si dimostrò molto insofferente a questo consumismo galoppante) fino ad arrivare ai classici spostamenti separati e quant'altro derivi da degli ego troppo pompati.
sul palco però era un'altra storia. nonostante uno stato di forma non eccelso da parte di nessuno dei 4, i concerti erano un tripudio di jam, armonie, suoni e colori di ogni tipo, grazie anche all'apporto di musicisti straordinari come russell kunkel alla batteria, tim drummond al basso (già su harvest di young) e joe lala alle percussioni. di contro però c'era il fatto che i sistemi audio del '74 non erano proprio perfetti per concerti negli stadi e questo si traduceva in pessime spie sul palco ed un esagerato volume diretto dagli amplificatori che poteva rendere molto molto difficile cantare, soprattutto quanto si è pieni di coca fino alle orecchie.

questi sono tutti fattori di cui graham nash ha dovuto tenere conto nel suo compilare questo csny 1974 (sì, sono arrivato al disco! ce la possiamo fare.) a 40 anni di distanza da quel doom tour. lui è infatti l'artefice della compilation che oggi abbiamo tra le mani, minuzioso lavoro di copia e incolla tra le varie date registrate per poter dare l'idea al pubblico di oggi di cosa sia stato quel massacrante tour. e quando dico massacrante non lo dico a caso: per la prima serata a seattle il quartetto decise di fare contenti i fan e in più di quattro ore di concerto eseguirono in tutto 40 pezzi. capirono ben presto che non avrebbero potuto tenere quel ritmo per due mesi per cui subito la scaletta venne ridimensionata a sole circa tre ore. robetta, no? ma erano gli anni 70, si poteva fare e il pubblico apprezzava (a metà del set acustico qualcuno richiede pre-road downs e crosby gli risponde “tranquilli arriva, siamo qui ancora per un paio d'ore.” boato della folla.).

ogni show era diviso in tre parti: una prima elettrica, una acustica con spot solisti per ognuno e infine un'altra elettrica. la tripartizione viene ovviamente mantenuta anche per i tre cd del cofanetto, com'era stato anche per 4-way street, in più abbiamo in aggiunta un dvd con dei video inediti da un paio delle date che purtroppo però non raggiungono neanche l'ora di durata; almeno la qualità audio è buona, anche se quella video non eccelsa, ma del resto stiamo parlando di video recuperati di 40 anni... già tanta grazia che ci siano arrivati.

il primo set si apre giustamente con un pezzo a testa, suonati da tutta la band: love the one you're with è mutata in un funk rock sbraitato da uno stills fuori di sé (metà delle parole sono versi praticamente), wooden ships ha tutta la gloria epica che le spetta e tutto il calore sprigionato dalla penna di crosby, immigration man trova qui quella che è forse la sua miglior versione in assoluto col pop di nash reso energico e vibrante dalla band, poi young attacca il suo evergreen helpless e i toni si calano un attimo nella morbida coralità propria del quartetto. il resto del primo cd spazia tra i vari lavori solisti dei 4 per chiudere con un'eccelsa almost cut my hair, distorta e dilatata in jam universale. in mezzo spicca l'incredibile versione di on the beach di young, straziata dai sofferenti solo di chitarra e tirata a quasi 8 minuti, imperdibile.

ecco dunque arrivare il set acustico, aperto da stills con la sua change partners. ciò che è bellissimo qui (come sempre con questi 4) è come tutto il set si svolga con assoluta naturalezza e libertà: durante i vari brani solisti qualcuno può aggiungersi a fare i cori, oppure no; magari ci si siede al piano a fare leggeri fraseggi, o si raddoppia la chitarra, oppure si sta a guardare ed ascoltare. se mi è permessa un'osservazione (e anche se non mi è permessa), devo dire che comunque il set acustico non raggiunge i livelli di intensità dell'inarrivabile 4-way street. non che non sia bello, assolutamente no, solo che questo aspetto del gruppo ha già toccato un apice che per vari motivi non è sorpassabile (al contrario invece qui abbiamo un sacco di materiale elettrico che di là scarseggiava, pur nella sua qualità assoluta). questo per dire che sì, c'è the lee shore, quella gemma distante miglia e miglia persa in mezzo all'oceano, però è proposta in una versione allargata con basso e batteria e, per quanto bellissima, non ha il fascino profondo e commovente della versione del '71. notevoli invece le rielaborazioni di pezzi di young come only love can break your heart o mellow my mind, arricchite da preziosi momenti acappella a quattro voci. latita purtroppo crosby in questo set, pur protagonista di una guinevere sempre toccante e poetica, mentre young si sbizzarrisce tra inediti (hawaiian sunrise, love art blues, long may you run), classici (old man, only love can break your heart) e siparietti come goodbye dick, canzoncina di due strofe per voce e banjo scritta apposta per la dimissione di nixon, avvenuta proprio durante un concerto dei csny e annunciata con entusiasmo da nash al pubblico. già, e nash? l'inglese non manca di deliziarci con qualche chicca: l'allora inedita fieldworker è qui forse anche meglio dell'originale, our house è sempre il gioiellino che è, prison song è commovente nella sua drammaticità e di teach your children non sto neanche a dire, se permettete. stills da parte sua non si tira certo indietro e si ritaglia uno spazio per la sporca word game e la pianistica myth of sisyphus, non particolarmente adatta a questa sede, prima di tirare le fila di tutto il set concludendo con quel pezzo di storia della musica chiamato suite: judy blue eyes, 9 minuti di emozioni una dietro l'altra. menzione a parte la merita la cover a quattro voci di blackbird dei beatles. ora penso a delle parole per descrivervela, magari tra qualche anno le trovo, intanto ascoltatela e piangete.

arriviamo così all'ultimo set, il quale probabilmente è il migliore dei tre. dopo tutte le belle parole che ho speso per gli altri due, potete immaginare cosa intenda. solo a guardare i 10 pezzi che lo compongono c'è da prendersi un colpo, se a questo aggiungete che il feeling del concerto è al suo apice e l'elettricità sfrenata della conclusione porta tutti i pezzi ad un'enfasi incredibile ed un'energia irresistibile, potrete farvi un'idea del tutto. déjà vu parte sorniona e psichedelica, poi esplode in riffazzi intrecciati prima di ricalarsi nei meandri della psichedelia con la sua lunghissima parte centrale in cui troviamo un neil young particolarmente ispirato al pianoforte. my angel è una buona prova di versatilità da parte di stills mentre pre-road downs è l'immancabile rock 'n' roll di nash che scalda il pubblico (come se ce ne fosse bisogno, a questo punto siamo sulle due ore e mezza di roba ormai). ma ancora una volta è young a fare da mattatore con l'autobiografica don't be denied, arricchita dalle tre chitarre a disposizione, e una revolution blues massacrante che nel live trova la sua dimensione perfetta, proprio come on the beach sul primo disco. military madness è la marcia anti-guerra perfetta che sfocia nel coro “no more war” di tutto lo stadio; da notare come comunque la cosa suoni ben più studiata a tavolino e freddina di come sarebbe stata negli anni d'oro delle proteste. non che metta in discussione il crederci da parte di nash, quanto da parte del pubblico che nel '74 non viveva certo questi concerti come 5 anni prima poteva vivere woodstock. altri tempi, altra gente, ma long time gone rimane sempre la canzone della madonna che è, anche in questa versione non perfetta. e dopo l'ultimo inedito di young, pushed it over the end, molto in linea con i pezzi di times fades away, arriva la doppietta finale con l'inno nash-iano per eccellenza, quella chicago simbolo di tutti i protestanti capelstati dall'america dei ricchi e potenti e poi, tanto per rincarare la dose, arriva ohio a chiudere i giochi, in versione lenta e pesante, dilatata dagli assoli e cantata in simbiosi dai quattro sballati là sul palco.

ve l'avevo detto che sarebbe stata lunga. e vi dirò di più, non ho ancora finito. già, perché ci tengo a farvi sapere quanto sia bella la confezione, che a una copertina non certo originale abbina invece un booklet bellissimo, pieno zeppo di foto e con un bellissimo scritto di pete long, giornalista e scrittore americano, che vi spiegherà molto meglio e più approfonditamente di me come sono andate estattamente le cose. fidatevi, è roba da leggere assolutamente per capire il valore di questo disco. del quale, manco a dirlo, sconsiglio come la peste l'oscena versione cd singolo che si trova in giro. davvero, buttate via soldi, non vi servirà assolutamente a nulla, prendete il triplo e fate come me, il vostro best of da macchina ve lo masterizzate voi. esiste anche una versione triplo bluray con i tre dischi a 24bit/192Khz; il mio dubbio al riguardo è semplice: sono registrazioni recuperate, tagliate e remixate dal 1974, registrate in analogico, la fedeltà migliore che possiate desiderare la troverete col vinile, non col bluray, che mi pare un po' una cosa fatta per cavalcare l'onda senile di young e del suo pono (cavalca il pono!). certo, poi il cofanetto coi vinili vi costa più o meno come casa vostra, ma questa è un'altra storia.


spero che, almeno per chi mi ha seguito fin qui, sia chiaro il valore che attribuisco a questo live. era un tour non documentato di uno dei gruppi più famosi di sempre, era il primo tour in assoluto a svolgersi esclusivamente negli stadi, avveniva in un periodo critico per l'america tutta e lo rappresenta alla perfezione, oltre a contenere, a livello puramente musicale, alcune versioni veramente da strapparsi la faccia di canzoni epocali magari mai pubblicate live, il tutto immerso in un suono pressoché perfetto, dal mix intelligente e mastering non invasivo che mantiene intatte le dinamiche espresse dalla band. sarà anche un live del '74 ma per quanto mi riguarda non c'è nessun dubbio: questo è il disco dell'anno 2014, nessuno lo batterà, ve lo assicuro già adesso così come potevo dirvelo a maggio quando è stato annunciato. 
vorrei dirvi una cosa come "se ve lo perdete non avete capito un cazzo della vita" ma poi mi dicono che sono un nazista. allora mettiamola così: io, fossi in voi, non me lo perderei. ma, per fortuna, non sono in voi, quindi fate un po' come vi pare, io sarò qui ad ascoltarlo a ruota ancora per qualche anno credo.

giovedì 28 agosto 2014

neil young: the ditch trilogy





è il 1972. ad oggi neil young è un cantautore più famoso per la sua partecipazione al grande progetto crosby, stills, nash & young che per i suoi dischi. i quali però, per quanto siano solo tre, vedono già le ottime promesse dell'omonimo debutto (come il gioiello the last trip to tulsa) puntualmente esaudite dal successivo everybody knows this is nowhere, pietra miliare del country-rock e del rock tutto, fucina di classici senza tempo quali down by the river o cowgirl in the sand. che dire poi di after the gold rush, sunto perfetto della poetica ed estetica di tutto young: già vi si trovava dalle delicate ballate d'autore come birds o after the gold rush alle sfuriate elettriche come southern man e tutto imbevuto in un tessuto sonoro onirico e scazzato, su cui svetta la voce inconfondibile del canadese. che la si ami o la si odi, non si può non riconoscere che la sua particolare timbrica renda automaticamente qualsiasi cosa da lui cantata unica e personalissima. detta facile facile: non è meglio o peggio, è semplicemente diversa da qualsiasi altra e per questo non ce la si dimentica.



1.time fades away

è il '72 dicevo. esce harvest e neil young viene catapultato in cima alle classifiche grazie a heart of gold, gioiello di dinamiche e svacco pastorale che è ad oggi il suo unico singolo che abbia raggiunto il numero uno. grazie anche a heart of gold, harvest vende uno scatafanculiardo di copie e viene programmato un tour per portarlo in giro nel '73. durante le prove però qualcosa non va: danny whitten, chitarrista originale dei crazy horse che si sarebbe aggiunto agli stray gators per il tour, è fatto di eroina fino a non ricordarsi come si suona e young è costretto a licenziarlo dal gruppo. poco dopo viene ritrovato morto pieno di overdose e inizia a tremare tutto.
durante il tour neil vuole portare in giro canzoni inedite con l'idea di registrare un live come nuovo disco. però si trova anche molto poco a suo agio con la celebrità e la fama e si rifugia sempre più volentieri in alcol e droga; automaticamente la voce inizia a risentirne e l'atmosfera dei pezzi assume connotati molto grevi e minacciosi. inoltre si sviluppano delle tensioni col batterista kenny buttrey, già su harvest, il quale si sente mortificato dai continui commenti post-concerto di young, perennemente ubriaco di tequila, che lo sostituisce con johnny barbata, già con turtles, jefferson airplane e csny, nel bel mezzo del tour. in più, proprio grazie al suo amore per il nettare messicano, neil sviluppa un'infezione alle corde vocali, così, a dar man forte nelle ultime date, si aggiungono david crosby e graham nash con chitarra e le loro voci uniche.
peccato che il pubblico, accorso per sentire le ballate bucoliche di harvest, non apprezzi troppo i nuovi brani, scuri, sgraziati e violentemente elettrici.

time fades away è il risultato delle registrazioni durante questo tour e tutto quello che ho appena detto, che per logica dovrebbe penalizzarlo duramente, lo rende un capitolo unico nella sconfinata discografia del loner, tanto che lui stesso lo ritiene il suo disco peggiore e ad oggi non è mai stato ristampato ufficialmente in cd.
il primo capitolo della ditch trilogy non è certo di facile ascolto se si è abituati ai precedenti discografici di young: nei suoi otto episodi suona lercio, ruvido, nero profondo e violento, anche nei momenti più tranquilli la tensione è sempre palpabile e la precaria condizione dei musicisti rende tutto traballante e instabile. ecco, i musicisti: ben keith (autore di interventi sublimi) alla pedal steel e slide guitar, tim drummond (musicista pazzesco per duttilità e gusto, primo bianco nella band di james brown) al basso, jack nitzsche al piano (molto più convincente in questa veste che in quella di produttore) e, appunto johnny barbata alla batteria, già presente in tanti tanti album fondamentali di quei tempi.

la title-track che apre il disco esplode in un curioso mutante folk-punk feroce e velocissimo che parla del non andare da nessuna parte nella vita, subito contrastata dall'idillio del passato dorato nell'acustica journey through the past, la cui composizione risale al '71, nella quale la voce di young arriva a sembrare una supplica verso il tempo, sdraiata sugli accordi barcollanti del piano. ma yonder stands the sinner torna subito in territori aspri con la chitarra di crosby ad arricchire l'impatto del brano e un cantato rabbioso ed abbaiato. l.a. si presenta cattiva ma rivela poi un animo più che altro sconsolato nelle sue visioni metropolitane di un'apocalisse incombente.
discorso a parte per la toccante love in mind, ballata di soli due minuti anch'essa risalente al '71, in questo caso anche nella registrazione. il suo feeling però, ispirato dalla distanza forzata dai cari durante i tour, è perfettamente inserito nel concept del disco e risalta come un'oasi di bellezza tra lo sconforto di l.a. e la successiva don't be denied, ovvero uno dei due pezzi grossi di time fades away.
qui infatti la “vecchia” formula jam viene adattata all'umore grigio della musica (in futuro questa formula verrà perfezionata fino a powderfinger o cortez), mentre il testo parla di sogni rincorsi e del sudore che scorre per realizzarli, senza mai perdere di vista l'obiettivo. questo contrasto, unito alla voce distrutta di neil, crea un'atmosfera straniante, indescrivibile a parole. così come lo è l'intimità disarmante di the bridge, ballata profonda che non avrebbe sfigurato su gold rush.
come concludere in bellezza a questo punto? richiamando crosby e nash e sfoderando la disperata e durissima last dance, sferzata sull'alienazione della vita moderna, perfettamente dipinta in quel lunedì mattina con cui si apre il testo. poi sul palco parte la jam, le chitarre si intrecciano, poi tornano le voci ad incrociarsi e la melma prende definitivamente forma in una canzone da ascrivere negli annali del rock: così tanto sudore non si sente spesso.

il disco, tralasciando i commenti del suo autore, venne accolto bene dalla critica che apprezzò la volontà di rinnovarsi di young e anche i fan non sembrarono disprezzare ma nonostante ciò ancora oggi, a 41 anni dalla sua pubblicazione, time fades away non esiste in cd (sebbene sia abbastanza facile reperirlo ad un buon prezzo in vinile, scelta comunque consigliata) né ne è mai stata fatta una ristampa di alcun tipo (anche se c'è movimento in tal senso in previsione del secondo archive box che dovrebbe coprire il periodo 72-82, ovvero UN SACCO DI FIGATE che però non si sa se e quando uscirà, pur essendo stato promesso ormai da qualche anno).

a parte tutto questo, time fades away è stato l'ingresso di young nel tunnel degli anni 70 e il primo di una trilogia di dischi che esplorerà ogni possibile sfumatura del dolore umano.



2. tonight's the night

danny whitten è morto. carrie snodgress (l'attrice di cui parla a man needs a maid e con cui young stava) se n'è andata. ora anche bruce berry, amico e roadie di young, muore per overdose. il clima è estremamente cupo e l'ispirazione di neil arriva per questo a quello che è forse il suo picco massimo: tonight's the night, ovvero IL disco sul dolore umano.

dopo la disfatta del tour del '73, young decide di formare una band ibrida: chiama la sezione ritmica dei crazy horse e ci unisce nils lofgren al piano e ben keith alla steel guitar. una volta battezzato il gruppo come santa monica flyers, riunisce tutti agli studio instrument rentals di hollywood e fa cominciare il delirio. le cronache vogliono che facesse presentare i musicisti in studio nel tardo pomeriggio e, tutti insieme, iniziassero a farsi di tequila ed erba fino ad essere completamente sfatti e a pezzi. a quel punto, verso le 3 di notte, cominciavano a registrare i pezzi.
è evidente fin da qui come quest'album abbia rappresentato per il canadese un modo di esorcizzare quello che lo opprimeva, di staccarsi completamente da se stesso per poter analizzare ciò che non andava. “bruce berry was a working man, he used to load that econoline van” sono le prime parole che ci rivolge e l'intensità è subito alle stelle: la voce di young è distrutta, tremante, arrabbiata, rassegnata, sempre sull'orlo di spezzarsi, cosa che avverrà in molti momenti del disco. quello che infatti non bisogna fare con tonight's the night è andare a cercare la perfezione in un album che la rifugge esplicitamente. vuole suonare grezzo e genuino e questo è il modo migliore per farlo. tanto che la reprise si rifiuta di pubblicarlo e tira in lungo i tempi. l'album infatti, registrato nel tardo '73, non vede la luce fino al '75, quando ormai young ha già pubblicato il seguito on the beach ed ha già scritto altri due dischi. ma nel momento di scegliere cosa pubblicare, una sera con gli amici rimette su tonight's the night e il verdetto è univoco: deve assolutamente pubblicare quel materiale (sembra che rick danko dei the band sia stato uno dei più accaniti sostenitori).
e allora torniamo anche noi al disco. dopo la straziante apertura, la title track si evolve in un rock boogie sporco e trasandato con un suono d'insieme lercio ma intensissimo, così come lo è il blues ubriaco di speakin' out, il modo migliore per esprimere la non-voglia catatonica che porta a stare seduti sul divano a guardare la vita che va avanti.
torna poi il conflittuale rapporto di neil con la fama in world on a string, con suo incedere inarrestabile: puoi essere il più ricco e potente uomo al mondo ma non puoi scappare dal sentire o dal soffrire (“the world on a string doesn't mean a thing, it's only real in the way that i feel from day to day”). e poi arriva il primo apice del disco. potrei stare per ore a parlarvi di borrowed tune, della maestria con cui il testo si altalena tra speranza e disillusione, della toccante immagine di young solo in una stanza, talmente ubriaco da dover rubare una melodia degli stones, della semplicità disarmante dell'armonia... eppure tutto quello che riesco a pensare ogni volta che la sento è come faccia quella voce da sola ad esprimere tutto ciò che c'è di fragile nell'umanità, visto con gli occhi di un dolore tanto forte da rendere insensibili. indescrivibile.
a seguire troviamo quello che lì per lì può sembrare un semplice divertissement, ovvero come on baby let's go downtown. non fosse che questa canzone arriva dalla registrazione di un concerto dei crazy horse al fillmore east nel marzo del '70 (poi pubblicato per intero nella serie archives) ed è cantata proprio dal defunto danny whitten, un tributo sentito che riesce anche a spezzare per un attimo la drammaticità del disco.
per un attimo.
poi arriva mellow my mind e le nubi si fanno grigie come non mai. giro blues deviato, arrangiamento scarno ma pieno da cui escono poetica la steel di keith e sublimi gli appoggi di piano di lofgren sul ritornello. poi, su tutto, quella voce. quella voce che qui si spezza, si rompe, urla, stecca, sente e fa sentire, più che cantare. questo è uno dei momenti più intimi e personali che l'arte di young abbia mai toccato, non c'è divisione tra arte e realtà, tra artista e narratore, non c'è nessuna distanza: lui è lì e il dolore è reale quando chiede disperatamente di anestetizzargli la mente.

finisce così la prima facciata e la dose è già stata sufficiente a stendere chiunque.
forse proprio per questo si riparte con roll another number for the road, numero country che recupera le sonorità di harvest ma le travisa con l'alcol e l'erba, mostrando come quelli che erano tra i simboli della love generation si trasformino oggi in semplici mezzi di autodistruzione.
meglio allora andarsene veramente, lontano, dove ancora si può forse vivere una vita normale. albuquerque è una buona scelta, nonché probabilmente uno dei 3 pezzi più belli mai scritti da young. è un rock psichedelico che si culla nel sogno di un luogo in cui un uomo possa esistere senza le complicazioni della vita moderna e della fama, retto a prima vista dalla ritmica strascinata di molina ma in realtà costruito sui divini interventi di lap steel di keith e dal fraseggio morbido e rilassato di lofgren al piano. è un capolavoro nel capolavoro che dà il la a molti brani successivi quali cortez the killer. poi rischio seriamente di ripetermi, ma un uno-due così si è visto raramente nella vita: a seguire arriva new mama, pezzo che avrebbe potuto finire su un disco dei csny per le sue ricche e vibranti armonie vocali, immersa in un sogno probabilmente dettato dalla droga in cui per un secondo tutto il dolore si dissolve.
si ripiomba poi nella fogna col la lercia lookout joe, registrata live durante il tour da cui time fades away, recupera infatti quel feeling abrasivo e lurido, grazie anche al ritorno degli stray gators solo per quest'occasione.
e si va così a finire in quel punto di non ritorno che è tired eyes, il delirio di un disperato: nel testo si mischiano eventi reali (un massacro per droga a topanga canyon) insieme a dialoghi inventati con personaggi inesistenti e a suppliche divine nella speranza di resuscitare i morti e togliersi dalle spalle tutta quella sofferenza. l'andamento è mesto e profondo, monotono ma reso vivo dai continui fraseggi della superba band mentre young snocciola il suo testo delirante. (cazzata: tra le immagini di stragi per droga nel deserto di questo testo e la coincidenza di avere una canzone chiamata albuquerque... che qualcuno tra gli autori di breaking bad sia un fan?)

non si può quindi che ritrovarsi al punto di partenza, col reprise di tonight's the night a far ricominciare tutto il ciclo purificatore, dal dolore alla rabbia all'incoscienza al risveglio, un altro giorno, con ancora lo stesso dolore dentro e ancora la stessa voglia di annullare tutto ciò che si è, pur di non dover più sentire.



3. on the beach

come si diceva, la reprise “prende tempo” e lascia tonight's the night nel cassetto delle cose da fare. così neil si ritrova con un disco pronto che però non può pubblicare. la soluzione? ne scrive un altro.
nel tornare ad una formula più pulita, sia nella registrazione che nell'esecuzione, produzione ed arrangiamento, young realizza un opera ambigua e tremendamente affascinante. ambigua perché nel suo tendere ad uno spiccato isolazionismo (see the sky, revolution blues, ambulance blues), on the beach esprime sia la disillusione personale del cantautore che quella di tutta l'america allo sbando negli anni '70 che, dopo la sbornia di peace and love di fine '60, si ritrova sull'orlo del baratro con una guerra finita in tragedia e i conti da fare con la distruzione che ha portato, dall'economia statale alla condizione dei reduci che tornano a pezzi dal vietnam.
ancora una volta le droghe giocano un ruolo fondamentale, questa volta è il turno degli “honey slides”, una poltiglia di miele ed erba che movimenta le sessioni di registrazione, anche se forse “movimenta” non è il termine adatto.

walk on attacca su tutti i fronti: risponde ai lynyrd skynyrd, parla ai critici ed apre il disco con un mood alieno, incorniciato in modo perfetto nella splendida copertina dell'album, ma è see the sky about to rain, impeziosita dal wurlitzer di graham nash, a portarci veramente nell'atmosfera cupa e rassegnata del disco. eppure è impossibile non notare come questa volta il flusso sia molto meglio controllato e coeso, anche se non sempre sui livelli di intensità dell'illustre predecessore. in questo caso comunque lo è, recuperando questa vecchia composizione che si inserisce perfettamente nel disco, coi suoi cieli grigi che incombono.
la rabbia esplode e regna sovrana nell'epica revolution blues, ispirata agli avvenimenti legati a charles manson. raramente la cattiveria umana è stata espressa meglio: “remember your guard dog? well, i'm afraid that he's gone. it was such a drag to hear him whining all night long”. non c'è un attimo di tregua, non un secondo di umanità nel delirio malefico di un pazzo: “i see bloody fountains and ten million dune buggie comin' down the mountains. i hear that laurel canyon is full of famous stars, well i hate them worse than lepers and i'll kill them in their cars”. per quanto controverso possa essere l'argomento, non si può non riconoscere la perfetta riuscita di uno dei pezzi più incazzati e sbagliati mai scritti, cavalcato da una chitarra mostruosa.
for the turnstiles sembra alleggerire i toni, col suo arrangiamento di dobro e banjo. nasconde in realtà un testo fortemente pessimista nel quale ogni uomo, qualsiasi sia la sua professione, credo o conto in banca, è sul cammino verso una morte solitaria ed inevitabile.
in chiusura della prima facciata troviamo vampire blues, scagliata contro l'industria del petrolio e i danni che arreca alla terra. non è uno dei brani migliori del disco ma si fa apprezzare per il suo feeling live e jammato su un classico giro blues. un attimo di riposo prima che la seconda facciata mostri veramente di cosa è fatto on the beach.

è la title-track a riaprire i giochi e non ha nessuna intenzione di farlo in leggerezza. la depressione la domina per tutti i suoi 7 minuti di durata, una coltre grigia e spessa che copre ogni prospettiva, unita all'isolazione di cui si parlava all'inizio. “i need a crowd of people but i can't face them day to day” è la frase emblematica: nella sua semplicità incarna tutti gli aspetti e temi del disco. la monotonia degli accordi si trascina, rotta dall'inaspettata apertura di un “ritornello” inesistente e poi riportata subito in primo piano, come nel lancinante assolo di chitarra posto proprio in mezzo alle strofe. “now i'm living out here on the beach but those seagulls are still out of reach”: si torna a quella copertina desolata e desolante, alla pesantezza dell'essere, al bisogno e desiderio di scappare in un luogo che però non esiste. non c'è niente da salvare perché non c'è più niente, se non una delle canzoni più laceranti mai scritte.
motion picture è un gioco di specchi, neil guarda il televisore e il televisore gli risponde con storie di sogni e ricchezza mentre il suo unico desiderio è di sparire e tornare ad una vita più semplice, pur avendo già raggiunto quegli obiettivi che il mondo gli impone. la canzone è deliziosamente accompagnata alla chitarra acustica e percussioni “casuali” che lasciano sentire alla perfezione il bozzolo di sogni ed illusioni di questo momento.
ed eccoci qui. la fine della facciata, del disco e della trilogia, il momento in cui tutto assume senso: ambulance blues.
con buone probabilità si tratta del brano migliore di tutta la trilogia, sotto ogni punto di vista: il testo, al limite del flusso di coscienza, va dall'autobiografico nell'analizzare vittorie e sconfitte della vita (“back in the old folky days the air was magic when we played. the riverboat was rockin' in the rain”) al sociale, toccando argomenti come nixon (“i never knew a man could tell so many lies, he had a different story for every set of eyes”), il rapimento di patty hearst e tutto ciò che ne conseguì, senza dimenticare di dare una frecciatina ai critici ed un colpo di gomito ai compari crosby, stills e nash. questo sproloquio è accompagnato da chitarra acustica, percussioni, il basso di rick danko ed un violino indimenticabile (opera di rusty kershaw), autore di interventi melodici da pelle d'oca. la melodia della voce è invece liberamente ispirata a quella di needle of death di bert jansch, cantautore americano al quale young è molto affezionato. il risultato finale è annichilente, un brano perfetto in ogni suono, ogni sillaba, ogni nota; isolato ma con una finestra sul mondo che ogni tanto si può anche aprire, disperato ma anche rassegnato a questa condizione, in flusso libero ma con il controllo dei propri movimenti, un'altalena continua che diventa nuova condizione stabile da cui poter ricostruire il mondo, la vita e tutto il resto.


quello che succederà dopo questi tre dischi avrà del miracoloso: da questa condizione neil si risveglia nel migliore dei modi, riformando i crazy horse e ripartendo da zero con zuma, disco decisamente più solare contenente alcuni brani epocali come la già citata (più volte, non a caso) cortez the killer o danger bird, per poi proseguire con rust never sleeps e i disconi che gli stanno attorno. ascoltando questa ditch trilogy riesce difficile pensare che un uomo possa uscire da un baratro così profondo. la rabbia di time fades away, il dolore di tonight's the night e la rassegnazione desolata di on the beach sono un percorso umano che tutti conosciamo. neil young, senza quasi accorgersene (si parlò di trilogia solo a posteriori), l'ha espresso come nessun'altro è mai riuscito a fare nell'arte. la profondità dei temi trattati, l'inventiva strumentale dei musicisti coinvolti e soprattutto l'ispirazione che ha portato alla scrittura di questi brani sono esempi indiscutibilmente perfetti di espressione artistica pura e sincera, quella che non conosce distinzioni tra generi, solo il sentire e reagire di conseguenza. ciò che è alla base di ogni essere umano.

mercoledì 20 agosto 2014

crosby & nash, "another stoney evening"



ci sono vari livelli di analisi per questo disco che vanno da quello prettamente tecnico a quello emotivo, passando per quello sociale o quello storico. da qualsiasi parte lo si guardi, another stoney evening è un regalo meraviglioso per qualsiasi fan della combriccola più famosa della west coast.
registrato il 10 ottobre del 1971, circola per tanti anni come bootleg finchè nel 1998 la blue castle records decide di stamparlo ufficialmente in cd, lp e audio dvd, il tutto in una bella confezione con note e testi per tutti i pezzi (cosa assai rara per un live). 

la cosa che più colpisce di questo live è che in molti momenti si ha l'impressione di essere attorno ad un fuocherello in spiaggia con questi due fattoni che sciorinano un capolavoro dietro l'altro in totale libertà e tranquillità. dico fattoni perché, come ben suggerisce il titolo del disco, la condizione dei due è particolarmente scatenata, soprattutto nei divertentissimi siparietti che separano le canzoni (da crosby che vede rane giganti tra il pubblico allo stop in mezzo a teach your children perché il pubblico batte le mani fuori tempo); ciò comunque non sembra intaccare in alcun modo la voce dei due che si rendono protagonisti da parte loro di una performance perfetta, con le voci a rincorrersi in celestiali armonie come nell'indescrivibile emozione di the lee shore o in guinevere. sembra di tornare allo spirito di 4-way street, quando le parole cantate avevano un significato profondo tanto per gli artisti quanto per il pubblico, quando la favola della west coast era ancora legata indissolubilmente al tramonto dell'era hippie e i concerti erano eventi sociali in grado di cambiare il mondo. 
è la naturalezza dei due a lasciare disarmati, come si fondano in un'unica entità anche nel proporre pezzi che erano ancora inediti, magari scritti solo un paio di giorni prima come per la bellissima southbound train.

passiamo un attimo al lato più oggettivo dell'opera. crosby e nash affrontano l'intero show da soli, tranne per un paio di momenti solisti di nash (tra cui una delle primissime volte di immigration man, sottovalutato gioiello dell'inglese), riuscendo a non far mai calare l'attenzione o l'atmosfera, grazie a un mix ottimo che preserva le piccole sbavature tipiche di un live curando però perfettamente strumenti e voci che escono limpidi e cristallini anche nei momenti d'insieme.


vedetela così, se oggi csny 1974 (di cui vi parlerò appena il dannato amazon mi farà avere il mio cofanettuccio) ci ha riportato l'intero quartetto nel suo momento di massimo successo con folle oceaniche e torrenziali jam per 4 ore di concerto, another stoney evening invece ci riconsegna quell'atmosfera intima e leggera, non priva di una naiveté sincera che commuove nel ricordo dei tempi andati. come fossero espansioni di quell'unica, eterna e inarrivabile opera d'arte superiore chiamata 4-way street, entrambi hanno i loro punti di forza e non possono in alcun modo essere ignorati, specie se avete un'intera serata e un divano a disposizione.

venerdì 11 luglio 2014

antemasque, "antemasque"



giunge così finalmente il nuovo disco della premiata ditta bixler-zavala/rodriguez-lopez, ritrovati compagni dopo l'avventura mars volta conclusasi in modo clamoroso con l'incredibile "noctourniquet".
quello che era evidente nell'ep che ha preceduto questo disco era la voltontà dei due di scrollarsi subito di dosso il fantasma del vecchio gruppo che, infatti, compare solo a sprazzi e in momenti ben precisi di questo debutto.
ricordiamo che a dare man forte ai due troviamo la sezione ritmica composta dal mimetista flea (che pare fare di tutto per starsene in disparte, nonostante il disco sia stato registrato a casa sua) e l'ex mars volta dave elitch, di fatto l'unico batterista non interessante che abbia militato nel gruppo. (onesto mestierante, la tecnica non gli manca, ma di fronte a theodore, pridgen o parks viene eclissato completamente in gusto, groove e personalità.)

detto così non è che le premesse siano delle migliori. e invece.
a salvare l'intero progetto ci pensa l'ispirazione fresca dei due compari, forti di canzoni trainate da riff eccezionali e linee melodiche catchy come non si sentiva dai tempi di comatorium (se non vogliamo addirittura tirare in ballo gli at the drive-in, gruppo che non ho mai apprezzato ma la cui attitudine punk-core viene qui decisamente recuperata, tipo in momento mori). 
come nell'ep, i suoni sono sporchi e molto live e anche il cantato di cedric si adatta a questa dimensione, senza mai usare effetti strambi o cercare le vette di altezza dei tempi andati, probabilmente memore del riuscito sforzo di noctourniquet in cui già la voce restava molto più bassa che in passato.

ma le canzoni sono il fulcro dell'album, e allora parliamone.
scompaiono i king crimson, compaiono invece inaspettatamente molti police, nel tiro, in alcune partiture di chitarra e in molte linee di voce, pur se ben nascosti. restano ovviamente i led zeppelin.
canzoni brutte non ce ne sono, qualcuna è discutibile, molte sono delle gran figate. tipo la tensione crescente di 4am che sfocia nell'ultimo ritornello sbraitato oppure il tiro selvaggio di i got no remorse (dai controtempi fantastici) e in the lurch. altrove i due si focalizzano invece più sulla melodia e sul ritornello vincente come nella punkeggiante 50,000 kilowatts (questa è forse discutibile) o la conclusiva rome armed to the teeth. 
poi ci sono gli episodi in cui spuntano i mars volta che ovviamente sono i miei preferiti: ride like the devil's son accenna un'atmosfera strana e lercia che viene portata a compimento nella gemma providence, dove il già citato noctourniquet torna prepotentemente. simile discorso anche per la già conosciuta people forget, forse con ancora un pelo in più groove.
di drown all your witches invece ho apprezzato di più la versione dell'ep, scarna e forte solo della propria atmosfera, qui lievemente incrinata dall'inutile aggiunta di basso e batteria. 

progetto antemasque assolutamente promosso quindi: è un piacere sentire questi due finalmente tornati sulla terra (anche nella durata del disco, assai inaspettata, di soli 35 minuti), con la chitarra di omar in primo piano a snocciolare un riff dietro l'altro manco fosse un distributore automatico e cedric di nuovo ispirato mattatore melodico con una grinta notevole.
per ora suoneranno solo in america e in giappone, speriamo che passino di qui al più presto perché questo è un progetto che ha nel live sicuramente la sua dimensione ideale e io non vedo l'ora che vengano a raderci al suolo.

nel frattempo abbiamo un vincitore per il premio disco da macchina dell'anno e di sicuro il primo candidato per la lista di fine anno.

mercoledì 11 giugno 2014

l'italia demenziale, parte iv: elio e le storie tese



veniamo quindi a quelli che dalla demenzialità hanno sicuramente tratto il maggior successo commerciale, gli elio e le storie tese. partiamo da una premessa: come riconosciuto anche da rocco tanica, gli elio non suonano musica demenziale. l'hanno suonata a loro tempo ma era già lontana dall'antisocialità degli skiantos così come dalle scenette geniali degli squallor o ai loro caratteristici accenti locali. indubbiamente la base di tutto quello che gli elio hanno fatto è da ricercarsi più nei dischi di zappa, con o senza mothers: musica seria con testi ironici, lanciati spesso in parabole surreali, coinvolgenti personaggi spesso più assurdi che ridicoli.

1. arriva elio

il complessino prende forma verso la fine degli anni '70, quando un gruppo di compagni di classe si trova a fare i primi esperimenti, all'inizio basati più sul cabaret che sulla canzone. i tre compagni erano stefano belisari (elio), luca mangoni e marco conforti, fratello maggiore di sergio, in seguito rocco tanica, che lo sostituirà quasi subito (marco resterà manager del gruppo). da qui in avanti si seguiranno una serie infinita di componenti che andranno e verranno stabilizzandosi lentamente in quella che diventerà la formazione di base solo nell'85 quando entrerà nicola faso fasani al basso (davide cesareo civaschi era già arrivato nell'83). nel periodo successivo il gruppo acquisterà notorietà a milano grazie alle sue surreali esibizioni allo zelig ed in altri locali meneghini, componendo nel frattempo alcuni dei suoi massimi capolavori, da 'cara ti amo' a 'cateto' e 'silos'. 
il tassello mancante arriva nell'88 e si chiama paolo panigada, soprannominato in circa 347 modi diversi (mu fogliasch, filz, punène, mondo, fufafifi e, ovviamente, panino) tra cui quello che diventerà il suo nome di battaglia: feiez. personaggio chiave della produzione (valida) degli elio, feiez era un polistrumentista, arrangiatore, produttore e topo di studio capace di dare vita vibrante ai migliori pezzi del gruppo, un musicista completo e, come la storia tristemente dimostrerà, insostituibile.
a questo punto la formazione è completa e di lì a poco arriva l'ingaggio di claudio dentes che porterà alla registrazione del primo disco.

2. eiuaculiamo e scoreggiamo con elio in allegria

questa la traduzione letterale di "elio samaga hukapan kariyana turu" dal cingalese. direi che mette bene in chiaro la portata di idiozia propria del gruppo che infatti già su questo primo album mette in fila alcune perle che non verranno mai avvicinate come genialità.
l'influenza più evidente lungo tutto l'album è quella di zappa, dai tempi dispari alle complicate armonie, i momenti teatrali e i siparietti comici di intermezzo tra i pezzi. eppure il primo tributo che gli elii fanno è proprio agli skiantos, con un'introduzione di voci filtrate che fa il verso alla storica apertura di eptadone. poi john holmes, nubi di ieri sul nostro domani odierno, carro, cassonetto differenziato per il frutto del peccato, le perle si seguono senza sosta, culminando nei capolavori assoluti del disco, tra i quali il più famoso è sicuramente 'cara ti amo', spaccato sociale che raccoglie un memorabile campionario di frasi fatte tipiche dei rapporti d'ammmmòre tra i gggiovani. ma non da meno è 'piattaforma', con ospite paola tovaglia alla voce: geniale l'equilibrio tra doppi sensi più o meno espliciti, mai confermati nel testo, fino al finale a dir poco politicamente scorretto. e per concludere non si può non citare la favola surreale di 'cateto', fuori da ogni logica, votata alla pura demenzialità forse addirittura per l'unica volta nella carriera del gruppo.
"elio samaga" contiene tutto quello che gli elio saranno, talvolta in forma un po' embrionale e naif ma forse è proprio questo che lo fa suonare molto più spontaneo e sincero della maggior parte delle cose che verranno dopo.
a questo punto la cronologia porterebbe al secondo disco. io invece vi parlerò prima del terzo perché, sebbene registrato dopo, contiene tutti quei pezzi della prima fase del gruppo che non sono finiti sull'esordio. "esco dal mio corpo e ho molta paura" (normalmente i titoli e gli slogan venivano rubati dalla band da articoli demenziali di giornali di serie z) è un live in studio che presenta il nuovo batterista christian meyer (trascurabile, tanta tecnica ma freddo come pochi e pesce fuor d'acqua ogni volta che la musica tende al rock) che diventerà da qui in poi il nuovo membro della band. qui il gruppo si gioca le ultime cartucce di pura demenzialità con picchi assoluti come 'abbecedario', 'cavo' o 'la ditta', oltre a mettere su disco una delle prime storiche suite, 'la saga di addolorato'.
album complementare a "elio samaga", "esco dal mio corpo" è un documento fondamentale per farsi un'idea della freschezza della proposta degli elii agli esordi, fotografia di un gruppo con una sincera voglia di dire stronzate che ancora sta in equilibrio con la raffinata ricerca puramente musicale che poi prenderà il sopravvento.

3. supergiovane

gli elii dopo il primo disco inziano a guadagnare fama, grazie anche alle continue esibizioni live che li portano alle prime comparse televisive. ormai storiche sono le parodie che portavano al dopo-fesitval di sanremo, preparate in diretta dopo aver sentito i brani live al festival, così come l'esibizione al concerto del primo maggio con il brano 'sabbiature', ovvero un lungo elenco di tutta la merda che il governo italiano tenta di nascondere. durante questo live la rai taglierà la diretta mentre dei funzionari trascinavano via elio dal palco (mentre grida "come jim morrison!"). ricordiamo inoltre la pubblicazione di "sveliatevi", ep contenente l'inedito 'born to be abramo' nella sua prima versione, con tanica a fare l'animatore da oratorio e la copertina che prende per il culo i testimoni di geova. l'ep verrà poi ritirato dal mercato, un po' per aver offeso mezza italia (genio), un po' per complicazioni legate ai diritti delle varie canzoni citate in abramo, da 'born to be alive' a 'you make me feel'.
con l'hype che cresce, l'italia è pronta per quello che per molti è il capolavoro del gruppo: "italyan, rum casusu çikti". qui viene a compiersi lo stile definitivo degli elii che li porta ufficialmente fuori dalla demenzialità propriamente detta. da qui infatti saranno l'ironia ed il surreale a comandare nei testi. per quanto infatti una canzone come 'supergiovane' possa far pensare all'attitudine degli skiantos, in realtà il focus è molto più verso la pura parodia: l'intento è quello di far ridere, non di dare fastidio e lo prova la cura maniacale nell'arrangiamento del pezzo, una vera e propria mini-suite prog rock che va dal jazz all'hard, con momenti pop e aperture grandiose alla genesis. allo stesso modo il testo se ne va dalla pubblicità del crodino al catoblepa (animale citato nei bestiari di marco polo), passando per sandro giacobbe e diego abatantuono (protagonista di un'epocale introduzione).
manco a dirlo, il resto del disco non è da meno, praticamente tutti i pezzi sono diventati dei classici: torna il tema di 'cara ti amo' in 'servi della gleba', pezzo spensierato dal tiro eccezionale, si innalza all'assurdo la pantomima sanremese con la stupenda 'uomini col borsello', non si parla assolutamente di nulla nell'ormai stra-abusata 'pippero' ma lo si fa con stile, groove e il coro delle voci bulgare. e poi si arriva ai vertici con le due favolette surreali del disco, 'il vitello dai piedi di balsa' e 'la vendetta del fantasma formaggino'. qui il gruppo è incontenibile: le storie si accartocciano nel nonsense mentre le canzoni mettono in mostra la capacità del gruppo di sintetizzare complessità ed orecchiabilità, appoggiandosi anche a ironiche e ricercate citazioni, da gianni morandi a jesus christ superstar.
non c'è dubbio che "italyan rum", insieme al successivo "eat the phikis", rappresentino l'apice della ricerca formale del gruppo, quando ancora era unita ad una sincera ispirazione che accompagnava i pezzi, non come oggi. ma a questo arriveremo (purtroppo) più avanti.

4. forza, panino.

il passo successivo è ancora più grandioso. nel 1996 gli elii si presentano a sanremo con il brano 'la terra dei cachi', geniale critica sociale italiana mascherata da canzonetta che colpisce nel segno anche più di quanto sperato dal gruppo. infatti l'edizione '96 viene ricordata per le losche manovre dietro le quinte operate da pippo baudo che portarono alla scandalosa vittorira l'osceno brano di ron di cui però nessuno ormai si ricorda più, mentre gli elii vestiti da rockets che cantano "italia sì, italia no" se li ricordano anche le mie nonne, ho detto tutto. infatti poi con la successiva inchiesta, la vittoria venne annullata e gli elii presero un primo posto a posteriori. come se importasse qualcosa. almeno loro non hanno dovuto portare dio per partecipare. 
l'evento è il lancio perfetto per il disco che segue, "eat the phikis", un'opera a suo modo monumentale tanto quanto futile e fine a sé stessa (e forse proprio per questo ancora più bella). ogni pezzo è una storia a sé, ognuno si sporca le mani in un genere diverso e ce n'è veramente per tutti i gusti: il charleston de 'la terra dei cachi' va a braccetto con lo swing de 'li mortacci' (con ritornello parodia de 'i vatussi' cantato proprio da edoardo vianello), mentre 'omosessualità' flirta (è il caso di dirlo) col punk 'el pube' si lancia nel latinoamericano e 'mio cuggino' apre il culo con un funk tanto coinvolgente quanto ripulito e fighetto (con la partecipazione di aldo di aldo,giovanni e giacomo. non dimentichiamo la fondamentale spinta che gli elii hanno avuto da mai dire gol). si torna in territorio gggiovane con il classico dei classici 'tapparella', cronaca di una qualsiasi festa delle medie a cui tutti abbiamo partecipato nella vita. "eat the phikis" è il limite del gruppo, dove la cura musico-strumentale arriva all'orlo della brocca e ancora si sposa alla perfezione con le storielle spampanate dei testi (oscar di idiozia per 'el pube', tragica storia di un venditore volante di lubrificante anale che degenera in un'orgia pubblica in piazza, degna degli squallor per inventiva e vicina per tema ai romani prophilax).
di fatto questo è l'ultimo album degli elii da avere assolutamente, da qui in poi la storia cambierà bruscamente. causa principale di questo è sicuramente la tragica morte prematura di feiez, colpito da emorragia cerebrale mentre suona sul palco con la biba band. una morte indubbiamente eroica ed adatta al personaggio che lascerà un vuoto incolmabile nella formazione.

5. la visione della figa da vicino.

è già abbastanza eloquente di per sé il fatto che come primo singolo post-feiez, gli elii debbano ricorrere al turpiloquio in pieno ritornello per attirare l'attenzione in qualche modo. così infatti si presenta "craccraccriccrecr", mediocre e svogliata innaugurazione della nuova fase del gruppo che pone in apertura il meraviglioso assolo di sax di t.v.u.m.d.b. per ricordare feiez e poi non ricorre quasi più all'uso dei fiati per l'intero album. scelta concettuale molto sentita e condivisa che però non viene controbilanciata da brani che possano competere col passato. gli unici momenti degni di nota sono rappresentati da 'la bella canzone di una volta', la sboccata 'che felicità' cantata con enfasi da uno scatenato giorgio bracardi e la oggettivamente bellissima 'disco music' (corredata da video geniale), parodia del genere tanto in voga nei '70. il resto è tranquillamente trascurabile, dalla sciapa 'rock and roll' a 'farmacista', con intro presa di forza da "manzo" degli squallor, evitando in ogni modo schifezze innominabili come 'caro 2000' o 'bacio' o 'nudo e senza cacchio'. il gruppo è evidentemente demoralizzato e privo di idee sincere ma questo ancora non è il loro punto più basso. più interessanti allora alcune cose dalla colonna sonora di "tutti gli uomini del deficiente" contenente le belle 'psichedelia' e 'yes i love you'. non certo dei capolavori ma brani rispettabili che mostrano una maggiore spontaneità rispetto a ciò che li contorna.
infatti si arriva quasi al fondo del barile col successivo "cicciput", da cui si fa veramente tanta fatica a salvare qualcosa. vogliamo dire che 'gimmi i.' è un pezzo carino? ok, diciamolo. vogliamo dire che 'fossi figo' sarebbe stata bella se non avesse avuto morandi come ospite? diciamolo. per il resto l'album fa schifo, è un continuo ricercare soluzioni musicali difficili e complicate incastrandole con citazioni comiche per mascherare l'evidente carenza di idee che attanaglia la band. non vale nemmeno la pena di perdere il tempo e citare questo o quel brano, l'agghiacciante 'shpalman' è una tale cagata che può bastare a rappresentare il disco intero. da dimenticare in toto.
a questo punto bisogna aspettare cinque anni prima di un nuovo album. che, inaspettatamente, è molto molto bello. incredibilmente "studentessi" riesce a far risalire le sorti del gruppo con una manciata di pezzi davvero belli, ben scritti, ispirati e divertenti. si rimane ancora incastrati nel gioco delle citazioni, fin troppo sfrontato ed abusato, ma ciò non toglie alla godibilità di momenti altissimi come 'tristezza', 'heavy samba', 'gargaroz' e soprattutto 'parco sempione', ispirata dalla cronaca milanese che vide raso al suolo il bosco di via melchiorre gioia in modo assai losco, approfittando delle vacanze di natale. (vediamo qui come gli elii sono andati spesso a prendere spunto dalla cronaca italiana, cosa che ad esempio gli skiantos originali non si sono mai sognati di fare. non è un giudizio, solo un'osservazione.)
con "studentessi" gli elii ci hanno fatto sperare che potesse arrivare una nuova fase di gloria per il gruppo. invece poi. 

6. no, grazie.

invece poi è arrivato x factor, è arrivato l'inutile disco sinfonico "gattini" di cui nessuno sentiva il bisogno, è arrivato di nuovo sanremo ed è stato piuttosto imbarazzante vedere come la critica che un tempo li uccideva ora va in brodo di giuggiole per una cagata immonda come 'la canzone mononota', probabilmente composta in 4 minuti e mezzo in qualche camerino. da qui al punto più basso in assoluto il passo è molto breve e infatti si chiama "album biango". vi ricordate che vi parlavo degli elio e le storie tese? quel gruppo intelligente, capace di fare ironia col cervello, di fare canzoni orecchiabili anche se complicate, di essere un bel gruppo? ecco, oggi probabilmente quel gruppo non esiste più. è stato soppiantato da una cover band di sé stessi, imbarazzante in studio quanto finta e costruita dal vivo. le scalette dei concerti parlano chiaro: sempre le solite canzoni ormai da anni, ogni tanto qualche occasionale recupero e poi badilate di schifezza dagli ultimi dischi. era ovvio che un gruppo concettuale come loro avrebbe prima o poi finito le munizioni, probabilmente sarebbe stato molto meglio se dopo eat the phikis il complessino si fosse sciolto, lasciando ai posteri una discografia pressoché perfetta invece di andare a sporcare il tutto con uno strascico forzato e inutile. ma tant'è, le vendite parlano chiaro: la gente di musica non capisce una fava e quindi continua a comprare anche queste nuove oscenità mascherate di complessità formale, gelida, derivativa e banale. quello che mi fa un po' tristezza è pensare ai ragazzini che oggi scoprono elio come il giudice di x factor e il cantante della 'canzone mononota', a noi al tempo è andata decisamente meglio.

un ultimo appunto personale. sia per gli squallor che per gli skiantos ho parlato di origini ed influenze ma ci ho tenuto ad evidenziare come la loro musica abbia creato migliaia di emuli, discepoli e simili. la stessa cosa è molto difficile farla con gli elio e le storie tese. questo perché il gruppo milanese si è sempre fatto orgogliosamente bandiera per tutti quei gruppi citati, omaggiati, parodiati o quel che sia e di certo non si è mai fatto problemi a rubacchiare di qua e di là (e qui il gioco delle citazioni indubbiamente gli ha parato il culo in tante occasioni). questo però ha fatto sì che non si sia mai sviluppato un vero stile eliostorista (che bella parola) nel senso prettamente musicale del termine. fondamentalmente loro sono dei grandissimi compositori ed arrangiatori ma, almeno con questo gruppo, non hanno mai creato un suono peculiare che li faccia riconoscere tra mille. se questo sia un pregio o un difetto non sta a me dirlo, sicuramente la loro esistenza e fama ha portato altri artisti sulla via della comicità musicale, se poi questi altri abbiamo rubato dalle canzoni degli elii senza sapere che già erano prese da qualcos'altro… si va a creare una catena che per analizzarla servirebbero altri quindici articoli. e io non ho assolutamente voglia di farlo ora.
da segnalare infine l'ottima idea dei cd brulé, ovvero registrazioni di tutti i concerti (circa dal tour di cicciput in poi) che venivano mixate al volo e vendute alla fine del concerto stesso. un'idea molto intelligente, soprattutto quando avveniva durante i tour estivi del gruppo, slegati dalla promozione del disco, in cui gli elii si lanciavano in scalette assurde recuperando ogni tipo di classici e rarità dal loro catalogo. oggi anche questo aspetto è scomparso, lasciando il posto a semplici tour "da disco", scritti, programmati e recitati manco fossero esibizioni teatrali, togliendo tutto l'aspetto improvvisato e naturale dal palco. 
a noi invece piace ricordarli così, giusto per dirne una:

ciao, enzo.

mercoledì 4 giugno 2014

nanodischi #11: aprile-maggio 2014


poca roba questa volta. non che abbia ascoltato pochi dischi, anzi. è che di un bel po' ne vorrei fare delle vere recensioni, quando ne avrò tempo e voglia. prima o poi.

stills-young band - long may you run

erano bei tempi. per carità, oggi i flaming lips suonano con miley cirus. però fanno i beatles. e allora vedi che erano bei tempi? quando dopo "deja vu" e "4-way street" i quattro dell'apocalisse californiana si mischiavano a cazzo e facevano dischi come questo. nel periodo d'oro di young, che butta lì come se niente fosse 'long may you run', 'midnight on the bay' o 'fountainbleau', si incastrano perfettamente le composizioni più soul e jazzate di stills, su tutte la bellissima 'guardian angel' seguita a ruota dalla sporca 'make love to you'. ringraziamento alla sempiterna fiera di novegro che me ne ha fatto comprare il vinile a 3 euro.


journey - frontiers

a proposito di altri tempi. qui però erano decisamente diversi, non per forza particolarmente belli. certo, con "frontiers" sono usciti "90125" degli yes, "swordfishtrombones" di tom waits, "synchronicity" dei police, "kill 'em all" dei metallica, il primo ep dei queensryche. e proprio a proposito dei deceduti queensryche, loro devono averlo ascoltato tanto "frontiers" prima di registrare "empire". i journey hanno dato vita ad uno dei massimi capolavori dell'aor, foriero di picchi come 'separate ways', 'edge of the blade' e 'frontiers' (proprio la title-track suona spaventosamente queensryche). se il suono americano fa per voi e non conoscete questo disco... non me lo spiego molto. conoscevatelo adesso!

casualties of cool

"epicloud" mi ha fatto proprio cacare. un disco buttato lì tanto per svuotare la cartella scarti del computer. questa volta invece sembra che il buon devin abbia avuto voglia di impegnarsi un pochino di più. accompagnato da ché aimee dorval, già presente nel bellissimo "ki" del 2009, il canadese imbastisce un concept fantascientifico con un uomo disperso su un pianeta lontano sul quale trova una radio che trasmette una voce femminile. o qualcosa del genere. comunque il tutto è raccontato in salsa country rock spaparanzato e morbido, com'è stato nei migliori episodi di "ghost". il difetto è che è veramente troppo lungo e tendenzialmente monotono, però ascolto molto rilassante e consigliato.

killer be killed

tutto quello che il metal dovrebbe smettere di essere è contenuto in questo disco. per la cronaca, sono max cavalera, greg puciato, troy sanders e dave elitch. segmenti appiccicati a caso, ignobili lagne emo, riff banali che manco un bridge dei soulfly, anonimità assoluta e un suono vergognosamente finto, plasticoso e ultracompresso a uccidere ogni sembianza di vita dalle tristi canzoni. nammèrda.

motorpsycho - behind the sun

ormai lo sappiamo, c'è l'appuntamento annuale coi motorpsycho, disco e live. nessuno credo si lamenterà mai finché i dischi che arrivano sono come questo. che è fondamentalmente la versione più bella di quello prima: i norvegesi continuano la loro esplorazione di un qualcosa che è circa progressive, spesso jazzato, molto jammoso, un po' jabba the hutt. come al solito escono vincitori grazie ai pezzi: 'cloudwalker', 'on a plate', 'kvaestor' o 'hell part 7' farebbero la fortuna di molti che vorrebbero ma non possono. del resto, con un batterista del genere, vai dove ti pare e loro lo sanno.

antemasque

sciolti i mars volta, formati gli antemasque. facile, semplice, pulito. no, pulito no. il suono dell'ep d'esordio del nuovo progetto zavala-lopez suona parecchio zozzo e diretto, lontano anni luce dalle produzioni e compressioni di dischi come "the bedlam in goliath". e pure i pezzi non scherzano come distanza: vanno tutti belli spediti, con gli strumenti a dettare legge (flea al basso ed elitch alla batteria) e cedric a tenersi alla larga dall'effetto alvin superstar dei vecchi tempi. solo 13 minuti purtroppo, ma bastano a mettere in chiaro una cosa: questi non sono i nuovi mars volta. menzione d'onore per 'drown your witches', molto molto led zeppelin ma anche molto molto riuscita.

the papermoon sessions - papir meets electric moon


i papir si incontrano con gli electric moon e jammano per 40 minuti. vi serve altro? ok, vi dico che parliamo di rock psichedelico strumentale che va a lambire un po' tutto quello che potreste aspettarvi. quello che invece non fa mai è annoiare, grazie ad arrangiamenti intelligenti e dinamici e una capacità di improvvisazione non indifferente. scusate se è poco.

martedì 3 giugno 2014

motorpsycho, 02.06.14, live club, trezzo sull'adda




i motorpsycho non sono un gruppo come tutti gli altri, questo lo si era capito molto molto molto tempo fa. inclusi dal mondo nel calderone alternative, ci sono sempre stati stretti, se non altro perché loro alternativi lo sono nel più puro senso del termine, al contrario di tutti quei gruppi che si fregiano della definizione pur copiando semplicemente quello che fanno gli altri.
in 25 anni hanno esplorato tutto ciò che il rock (e non solo) può dare, l'hanno sviscerato in qualsiasi maniera possibile regalando alla musica almeno almeno 3-4 capolavori imprescindibili.
nel concerto al live di trezzo, i tre norvegesi (accompagnati come ormai da tradizione dal chitarraio aggiuntivo reine fiske) hanno dato un'ulteriore prova di tutto questo, con una scaletta che ha spaziato in ogni angolo della discografia immensa della band.

inedita apertura acustica a tre chitarre e mellotron che rilegge tra le altre kill some day, feel e waiting for the one, col pubblico a cantare a gran voce ogni ritornello, una scelta assolutamente azzeccata ed emozionale, perfetta overture per ciò che verrà.
il set viene aperto dalla strumentale whip that ghost e subito ricompare il gruppo che ci siamo abituati a vedere negli ultimi anni: jam emozionanti ed avventurose, guidate da riff e temi di chitarra ma rette dalla sezione ritmica con il "solito" basso eccezionale di saether a pompare e kenneth kapstad ad essere uno dei migliori batteristi che abbia mai visto in vita mia. (per intenderci, uno che in due ore e mezza di concerto sfodera una quantità di fill da far pensare che abbia un enciclopedia nel cervello, che è capace di avere la doppia cassa senza mai mai mai fare una rullata a due casse, sempre incastrandole in maniera intelligente ed originale, capace di escursioni dinamiche a dir poco estreme e padrone di un tocco ed un groove assolutamente fuori dal normale. un mostro come se ne vedono veramente pochi.)

la scaletta come dicevo spazia un po' dappertutto, prediligendo ovviamente il nuovo arrivato "behind the sun" con ben 5 pezzi estratti tra cui delle spettacolari versioni di cloudwalker e kvaestor. poi ben tre pezzi sia da "trust us" che da "let them eat cake" con una the other fool da lacrime quasi a fine concerto, una stupenda starhammer, i primi bis chiusi con entropy e la ricomparsa forzata dalle urla del pubblico per salutarci come ci hanno accolti, in acustico, chiedendo silenzio per una toccante versione di come on in da "demon box".


chiudo alla svelta se no inizio a ripetermi. era la quarta volta che li vedevo e ancora son riusciti a fare cose che non gli avevo mai visto fare. quello che non è stato diverso è la qualità: i motorpsycho non hanno paura di nulla e fanno bene, musicalmente non devono temere alcun rivale al mondo al momento, sul palco sono una macchina da guerra capace di radere al suolo qualsiasi club (incluso il mediocre live club che impasta un po' troppo il suono e non fa uscire le tastiere. del resto siamo in italia, il suono è una questione secondaria, no?). ogni volta che torneranno in italia io ci sarò e sono sicuro che ogni volta uscirò dicendo sempre la stessa cosa: se più gente avesse il coraggio, la forza e le capacità dei motorpsycho, il mondo sarebbe più bello. ora iniziamo ad insegnarli a scuola, per favore.

giovedì 15 maggio 2014

l'italia demenziale, parte iii: skiantos



1

se gli squallor sono stati (e sempre saranno) i maestri assoluti del nonsense in italia, gli skiantos sono coloro che hanno codificato quello che chiamiamo "rock demenziale" (di fatto una definizione di freak antoni) e sono anche stati gli unici a farlo con un preciso significato sociale.
infatti, sebbene molti ascoltatori si fermino alla "semplice" comicità dei testi, gli skiantos a loro tempo operarono una vera e propria rivoluzione tramite il demenziale. 
personaggio chiave del gruppo è roberto "freak" antoni, bolognese, laureatosi al dams con una tesi sul tema del fantastico nelle canzoni dei beatles, in seguito pubblicata dall'editore il formichiere. autore dei testi del gruppo, cantante e animale da palco (in tutti i sensi), nonché eroinomane convinto elevato oggi al ruolo di cadavere, freak è colui che ha colto e messo in pratica l'esplosivo potenziale del demenziale inteso come arma di protesta: in tempi in cui la seriosità regnava sia tra chi governava che tra chi protestava, il suo modo di combattere era proprio sputare in faccia a questa mestizia con il nonsense, la comicità di bassissimo livello e l'esposizione di un personaggio pubblico fuori da ogni possibile incasellamento. scrittore, musicista, cantante, saggista, attore nonché divulgatore e storico di tutto ciò che è demenziale (da ricordare le sue cover d'epoca sotto il nome di 'beppe starnazza e i vortici', vero studio sui precursori del rock demenziale) e soprattutto uomo profondamente coerente con sé stesso, cosa che lo porterà ad un progressivo allontanamento dal grande pubblico. quello che infatti spesso sfugge è proprio questa carica sovversiva e anarchica che freak promuoveva tramite il demenziale e col tempo la sua immagine è rimasta impressa al grande pubblico più come semplice imbecille che come genio (imbecille) quale era.



2

la formazione del gruppo risale al 1975 quando un gruppo di amici che studiano al dams di bologna iniziano a ritrovarsi a casa di freak antoni per suonare. è il momento delle grandi contestazioni in italia e di lì a poco gli skiantos diventeranno uno dei simboli di questi terremoti sociali, ma a questo arriveremo a breve. intanto il gruppo arriva a registrare il primo disco, 'inascoltable', uscito all'epoca solo su cassetta e diventato oggetto di culto, ristampato solo molti anni dopo. il disco in realtà, pur avendo già in nuce tutti gli elementi di quello che il gruppo diventerà, è sconclusionato e registrato male (anche se suonato decentemente) da una formazione di una decina di persone che nemmeno si conoscevano. "permanent flebo", "sono rozzo sono grezzo" o "makaroni" già mostrano il potenziale della band che, negli anni successivi, si fa conoscere per le sue esibizioni live assurde che arrivano quasi sempre al lancio di ortaggi reciproco tra pubblico e musicisti.



6

passa così del tempo e il gruppo viene messo sotto contratto dalla cramps che ha già pubblicato i capolavori degli area, i dischi belli di finardi e altra roba tra il jazz-rock e il prog. l'etichetta coglie il messaggio del gruppo e pubblica il 45 'karabigniere blues/io sono un autonomo'.
è il 1978 e a quel 45 segue subito il disco simbolo nonché capolavoro massimo degli skiantos e del rock demenziale tutto: 'mono tono'. qui tutto prende forma perfettamente, fondendo i testi di freak (che si guardano bene dal toccare qualsiasi evento di attualità, al contrario di quello che faranno spesso gli elio) al suono casinaro del punk inglese (con formazione a 7, tre cantanti, due chitarre, basso e batteria), deflagrando fin da subito con l'immensa "eptadone", dopo un'intro che ha letteralmente fatto storia (nonché regalato il nome alle storie tese):

"ma che cazzo me ne frega? 
genere ragazzi, genere! 
ehi sbarbo, smolla la biga che slumiamo la tele. 
sei fatto duro, sei fatto come un copertone. 
ci facciamo? 
sbarbi, sono in para dura. 
ok, ok, nessun problema ragazzi, nessun problema.  
sbarbi, sono in para dura. 
schidiamoci, schidiamoci! 
c'hai della merda? 
ma che viaggio ti fai? 
c'hai una banana gigantesca. 
oh, c'hai della merda o no? 
un caccolo. 
ma che viaggio ti fai? 
intrippato. 
brutta storia ragazzi, brutta storia. 
c'ho delle storie ragazzi, c'ho delle storie pese! 
c'hai delle sbarbe a mano? 
no, c'ho delle storie. 
fatti questo slego. 1, 2, 6, 9!"

oltre ad essere evidentemente opera di menti superiori, questo testo prende di mira il linguaggio giovanile e lo rimanda ai giovani che prenderanno gran parte delle frasi dell'intero disco come nuovi modi di dire. 
infatti, se l'intro è storia, potete immaginare come sia il resto, dai manifesti "diventa demente" e "io sono uno skianto" ("se decido che vengo, non è detto che canto") alla geniale parodia sanremese di "vortice" ("non sorridermi ma lavati") passando per le assurdità anarchiche di "panka rock" ("brucia le banche, bruciane tante, calpesta le piante") per arrivare infine all'apoteosi di "largo all'avanguardia":

"fate largo all'avanguardia
siete un pubblico di merda
applaudite per inerzia"
"me mi piace scoreggiare
non mi devo vergognare
non c'ho niente da salvare"

'mono tono' per certi versi è uno degli album più punk della storia, non solo italiana. l'attitudine del gruppo è perfettamente sposata con l'ignoranza musicale che l'accompagna e il tutto è sparato in faccia ai perbenisti senza mezze misure. 
proprio per questo gli skiantos diventano presto gruppo simbolo di quegli anni e, dopo aver già partecipato a uno dei festival del proletariato giovanile organizzato dalla rivista re nudo al parco lambro, si presentano nel '79 al bologna rock. senza strumenti. sul palco viene allestita una cucina e il gruppo si prepara una pasta, chiedendo al pubblico con che sugo condirla. pare che ai fischi della gente antoni abbia risposto "non capite l'avanguardia, siete un pubblico di merda". con quell'esibizione gli skiantos toccarono l'apice della loro rivoluzione, alzando un dito medio per tutti, dalle istituzioni ai contestatori, innalzandosi a leggende per il resto della storia musicale (e non).




9

da qui in poi la strada del gruppo si fa tortuosa e non riuscirà mai più a raggiungere quelle vette assolute. sebbene 'kinotto' sia un altro disco da iscrivere negli annali della musica, le varie "mi piaccion le sbarbine", "sono buono" o "kakkole" presentano un suono più curato ed un'ironia che inizia ogni tanto a girare su sé stessa. fondamentalmente, gli skiantos hanno avuto un'idea geniale, l'hanno portata al top e da lì in poi hanno campato di rendita. molto più interessanti allora le successive opere letterarie di freak, "non c'è gusto in italia ad essere intelligenti", il "vademecum per giovani artisti" o "badilate di cultura", vere e proprie bibbie del demenziale che sfoderano perle eterne quali "la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo", "dio c'è ma ci odia" o "toccatevi perché l'amore è cieco".
il gruppo invece prosegue con dischi mediocri (forse a causa anche dei continui cambi di formazione) che ogni tanto riescono a donare qualche gemma come "sono un ribelle mamma" o "calpesta il paralitico" ma sono in generale trascurabili. 
del resto, il miracolo gli skiantos l'avevano già compiuto, un miracolo effimero, che ha svelato la potenza inarrestabile della demenzialità, un'utopia bellissima e completamente scema.

"se la gente poi t'offende
tu ti levi le mutande
io che sono deficiente
io ti spacco la tua mente."
"la cultura
poi ti cura
con premura
cha cha cha."


p.s.: come ultima nota, mi sento di raccontare questo: poco prima di morire, freak aveva tentato l'ennesimo colpo cercando di farsi ammettere a sanremo. ovviamente la commissione (guidata da gianni morandi, il quale ricordiamo ha un gruppo di fan su facebook, "immaginare gianni morandi che sguazza in un cesso intasato dell'ariston") lo ha rifiutato. la sua risposta? questo: https://www.youtube.com/watch?v=p8uDtgxUYxU, ovvero la sua ultima registrazione.