mercoledì 27 luglio 2011

pretty things, "s.f. sorrow"




cosa dire di un album del genere? un disco che solo per la proverbiale sfiga del gruppo non viene oggi riconosciuto quanto dovrebbe, che poi vuol dire che troppo spesso viene escluso dalle liste dei dischi più importanti di un periodo, tra il 66 ed il 69, che è vero e proprio fulcro di tutto ciò che si ascolta oggi. il "sgt pepper" sì, "the piper at the gates of dawn" sì ma "s.f. sorrow" no. eppure il quinto disco dei pretty things non ha nulla da invidiare a quei giganti in lungimiranza, inventiva ed originalità. (non a caso fu prodotto da norman smith, produttore proprio di "the piper")
il problema fu che il gruppo non riuscì a mantenere il livello strepitoso anche per i dischi seguenti, complice la dipartita del geniale chitarrista dick taylor a causa proprio del fallimento commerciale di "s.f. sorrow" che con il suo concept nero e depressivo non aveva incontrato il supporto della emi e di conseguenza aveva evitato il successo. ma quello di cui sto parlando è un disco imprescindibile, uno di quei miracoli unici ed irripetibili.

prima opera rock della storia, tanto per cominciare, in anticipo di un paio d'anni su "tommy" degli who (pare che townshend abbia ascoltato proprio "s.f. sorrow" per giorni prima di comporre la sua opera), il disco narra le vicende di sebastian f. sorrow, figlio della "fabbrica della miseria" in cui lavorano i genitori.
destinato fin da piccolo ad un'esistenza grigia e triste, si innamora della ragazza della porta accanto proprio mentre inizia anche lui a lavorare nella fabbrica ma viene poi chiamato per andare in guerra.
finita la guerra sebastian trova una nuova casa in america ed invita la ragazza a raggiungerlo con una mongolfiera, la quale però prende fuoco sopra i cieli di new york uccidendo tutti i passeggeri. sorrow a questo punto intraprende un viaggio interiore che lo porterà alla consapevolezza della vacuità della sua vita.
ritrovatosi senza nessuno di cui potersi fidare, sebastian muore solo, lasciandosi il nulla dietro di sé.

mi sembra abbastanza inutile far notare i vari punti in comune con "tommy" o "the wall" o mille altri concept, è più interessante pensare al successo che questi altri hanno avuto con storie ben poco più rassicuranti, per non parlare dei film tratti da essi con la loro costante paranoia incombente.
probabilmente in un certo senso il mondo non era ancora pronto per un disco del genere, che anche musicalmente non si rivela certo rassicurante.

se l'avvio con "s.f. sorrow is born" può essere abbastanza standard nei suoi rimandi agli who e ai beach boys, già da "bracelets of fingers" si inizia ad annusare l'incubo, incastrato tra blocchi di voci a metà tra beatles e beach boys in una strofa lacerante e rabbiosa. l'amore di sorrow si concretizza nella vivace "she says good morning" prima di precipitare nell'orrore della guerra, raccontato da "private sorrow", marcia sbilenca ed ambigua che tanto dev'essere piaciuta a ian anderson.
da qui in poi l'incubo è costante: "balloon burning" è lacerante con la sua chitarra acida, violenta e sfrontata nel descrivere il dolore del protagonista che vede la sua amata morire tra le fiamme in cielo e si perde in un oblio di pensieri sulla morte nell'agghiacciante litania che è "death".
"baron saturday" conduce con un ghigno sarcastico nel circo funesto che è la mente di sorrow, in un viaggio che passa da momenti di psichedelia distaccata dalla realtà ("the journey") a dialoghi interiori strazianti ("i see you") a orrendi buchi di materia nera sonora ("well of destiny") per arrivare alla rassegnazione della meravigliosa "trust" in cui la realtà della solitudine di sebastian inizia a farsi concreta per poi esplodere con veemenza sanguigna in "old man going", un pezzo che avrebbero forse potuto scrivere i migliori blue oyster cult.

veniamo abbandonati così con "loneliest person" che, delicata e pesantemente rassegnata alla solitudine, testimonia gli ultimi istanti del protagonista in modo sublime, lasciando all'ascoltatore l'impressione di aver appena fatto un'esperienza totale durante la quale in sangue sembra scorrere veramente.
e come il protagonista, anche il disco si ritrovò abbandonato e relegato ad un mondo di appassionati che non lo porterà mai sotto le grandi luci, come avrebbe meritato molto più di tanti altri.
non siate stronzi, ascoltatelo.

martedì 26 luglio 2011

jakszyk, fripp and collins, "a scarcity of miracles"



è dal 2003 che non vediamo un disco inedito dei king crimson, quel "the power to believe" che aveva diviso fan e critica. era indubbiamente un lavoro strano ma il tempo ha confermato, almeno a me, che era anche molto valido nel cercare un approccio moderno alla materia king crimson, come testimoniato da pezzi fenomenali quali "eyes wide open", "dangerous curves", "level five" o la divertente e durissima "happy with what you have to be happy with".

ad oggi ancora non ci è dato sapere come suonino i king crimson del nuovo decennio ma la nostra fame viene placata da questo nuovo projeKct in cui troviamo il veterano jakko jakszyk, già membro di level 42, the tangent e della 21th century schizoid band che porta in giro uno spettacolo live in cui vengono riproposti i classici del primo periodo dei crimson, alla chitarra e voce e mel collins, membro dei crimson da "poseidon" a "islands" e comparso anche su "red" nonché session di lusso per band come camel, caravan, dire straits e david sylvian, al sax.
questi i due nomi che, insieme a robert fripp, costituiscono l'ossatura del progetto, accompagnati da una sezione ritmica elegante e composta che vede tony levin al basso e gavin harrison alla batteria.

l'unico difetto di questo disco si incontra con l'approccio all'etereo cantato di jakszyk: se siete fan di david sylvian non potrete evitare di notare l'evidente affinità. per quanto bravo il chitarrista non ha il timbro unico e profondo di david e se da un lato questo lascia le strutture vocali un po' più leggere, dall'altro ci lascia a meravigliare su cosa sarebbe potuto essere tutto ciò se il biondo cantante avesse partecipato al progetto.
se riuscite a fare i conti con questa cosa vi troverete davanti un disco bellissimo, in cui a farla da padrone sono le atmosfere diradate e terse di un jazz/pop d'autore, costruito sui soundscapes in continua evoluzione di fripp sui quali voce e sax si rincorrono in melodie malinconiche e limpide.
l'eleganza della sezione ritmica si sposa perfettamente con i fraseggi di collins, creando un'atmosfera da camera sognante, aiutati anche da un mix semplicemente perfetto ed un mastering che lascia tutta l'ariosità di una presa live, sebbene il disco non sia live. consigliata ovviamente l'edizione in vinile.

non so quanto dovremo aspettare per sentire la nuova incarnazione dei king crimson (che ricordiamo sono tornati alla formula delle due batterie affiancando appunto gavin harrison a pat mastellotto. così, per dire.) ma sicuramente possiamo gioire di "a scarcity of miracles" perché ci restituisce un clima creativo libero e sconnesso dalle logiche di mercato, quello che dovrebbe essere il rock. e pensate, questo non è nemmeno un disco rock.

venerdì 22 luglio 2011

foo fighters, "wasting light"



cazzo che bel disco rock.
è l'unico commento che possa dare giustizia ad un disco come "wasting light".
non sono mai stato un fanatico dei foo fighters ma quando ho sentito il singolo "rope" ho capito che c'era dietro qualcosa di più del solito e ne ho poi avuta pronta conferma.
lasciatisi alle spalle le produzioni levigate e rifinite di una parte centrale di carriera che ha portato più mosciume che pezzi belli (fatta eccezione per la micidiale "the pretender"), dave grohl decide di tornare ad una essenziale crudezza, sia nella composizione che nei suoni del disco.

quando "bridge burning" deflagra dalle casse non si può trattenere un sorriso di felicità. quel suono di rullante così grezzo, le chitarre sgraziate e le urla di dave avvolgono in un vortice di frenesia rock n' roll senza uscita, prima che il bellissimo ritornello esploda nella sua alienata melodia. che dire poi della citata "rope", coi suoi controtempi fulminanti e il fantasma lontano dei rush che osserva compiaciuto? o della più melodica "dear rosemary", furia rock melodico da far impallidire più di un collega schitarrante, o della violentissima "white limo", distorta fino al midollo e lancinante nei suoi riff asciutti e semplici.
c'è una spontaneità lampante in questo disco, è intriso tutto in una voglia di fare ed in un entusiasmo che sono la sua vera carta vincente. si divertono i foo fighters e noi ci divertiamo a guardarli mentre si divertono.

non è tutto oro, qualche pezzo un po' sottotono c'è, come "back & forth" o "a matter of time", ma quando sul finale il gruppo snocciola di fila la psichedelica semi-ballata "i should have known" e la conclusiva "walk", dal ritornello killer di quelli che non ti togli dalla testa nemmeno con un cacciavite, non si può che riesumare quel sorriso di cui sopra, quello che per mesi ha accompagnato gli ascolti dell'altro miracolo di grohl, i them crooked vultures.
speriamo che la ritrovata vena dell'ex-nirvana continui ancora per un po' a darci di queste gioie.
per adesso, cazzo che bel disco rock.

the devin townsend project

ki


gli strapping young lad si sono sciolti. la devin townsend band si è disgregata (circa). era evidente che il canadese avesse bisogno di una pausa. anche le ultime due prove in studio, “the new black” e “ziltoid”, per quanto più che valide, mostravano una preoccupante tendenza al ristagno di idee. 
oggi devin townsend, diventato padre, si ripresenta al mondo cambiato, ripulito. e lo fa con un nuovo mastodontico progetto di quattro dischi di cui questo è solo il primo. 
ha parlato di dischi molto diversi tra loro ma con un filo conduttore. “ki” dovrebbe essere l'introduzione a questo nuovo mondo, un'introduzione fatta sottovoce, senza fretta. 

forse l'affermazione più esatta da fare su “ki” è che fa sentire a casa. l'atmosfera è sognante ma concreta, merito in buona parte dei bellissimi suoni adattati e del mix non più caotico come prima ma che ora tende ad accentuare le dinamiche generali dei brani, mai così curate come qui.
altro aspetto importante da notare è come le canzoni siano state svuotate dai quintali di suoni ambientali che da sempre contraddistinguono il canadese (quelle che in “terria” fungono anche da collante tra le canzoni).
da segnalare la grande prestazione di tutti i musicisti coinvolti, fra cui spicca il tocco vintage di duris maxwell, collaboratore ai tempi di jefferson ariplane e stevie wonder e si dice che addirittura jimi hendrix gli chiese di suonare con lui, sempre composto ed elegante ma con un suono particolarmente caldo e live. 

e poi ci sono le canzoni. prevalentemente prive di distorsioni, rilassate, melodiche e liquide, si alternano tra perle melodiche come “coast”, “lady helen” o la strepitosa “terminal”, colma di una malinconia infinita, momenti più psichedelici e leggeri come “ain't never gonna win” o “winter” e grandiosi crescendo che arrivano quasi alla tanto agognata esplosione come le stupende “heaven send” o “ki”. tutto fa parte di un unico disegno che si rivela solamente tramite un ascolto completo e attento, possibilmente in cuffia per cogliere la miriade di sfumature e particolari di cui il disco è cosparso in ogni parte.
un artista che dopo più di quindici anni di attività ha ancora voglia di sperimentare col suo suono e di cercare nuove strade per esprimersi non può che essere apprezzato per questo. se ci poteva essere qualche dubbio sul futuro di townsend, “ki” lo spazza decisamente via.


addicted


ed ecco qui la seconda parte del mega-concept, quella pop e divertita.
ricordate “christine” su “infinity”, o i pezzi più melodici di “physicist”? ecco, questo secondo capitolo è molto vicino a quelle sonorità. il che mette subito in luce due aspetti: primo, la vena melodica di townsend risulta ispirata e convincente, regalando brani di sicura presa e impatto come “addicted!”, “supercrush!” o “bend it like bender!”, secondo, dobbiamo purtroppo dimenticarci buona parte dell’evoluzione segnata da “ki”: torniamo qui ad un suono compresso, massiccio, costruito di nuovo sui tappeti ambientali che “ki” aveva tralasciato.
l’aver poi coinvolto una cantante come anneke van giersbergen nel progetto fa il paio con la dichiarazione di devin che il disco è stato influenzato anche da gruppi euro-dance come i trashissimi vengaboys. a differenza di questi però le melodie di "addicted" hanno classe, anche grazie alla prestazione della perfettamente integrata anneke.

ed ecco a voi allora il disco pop di devin townsend.
vogliamo dire pop metal? si può fare. sicuramente i chitarroni non sono stati dimenticati, l'inizio del disco lo mette bene in chiaro e forse questo è l'unico vero "problema" del disco: la sua parte più metal lo rende sicuramente più stereotipato ma anche dannatamente efficace. vi risulterà molto molto difficile staccarvi i ritornelli di "bend it like bender!", "addicted!" o "ih-ah!" dalla testa, così come è difficile non rimanere a bocca aperta di fronte alle aperture di "numbered!".

potremmo discutere di pregi e difetti di questo disco per ore ma la verità alla fine è una: se lo accettate per quello che è non potrete più farne a meno, ruffiano e subdolo com'è. e vi terrà occupati fino al momento in cui avrete il coraggio di avvicinarvi a "deconstruction".



deconstruction


dicono che le grandi imprese fanno grandi gli uomini. ma se non c'è grandezza nell'anima di un uomo è molto difficile che egli possa fare qualcosa di davvero grande.
che devin townsend abbia della grandezza in sé è sempre stato chiaro ed evidente, opere come "terria", "city" o "infinity" non si scrivono da sole, ma qui è stata varcata una linea. qui ogni limite è stato spinto fino al suo estremo, ogni sfaccettatura della musica del canadese è stata presa e portata ad un livello che solo la sua mente poteva concepire.

"deconstruction" è il terzo capitolo del devin townsend project e arriva a noi con dichiarazioni quali "è il disco più pesante ed estremo che abbia mai fatto". non si può che dare ragione allo sciroccato.
ogni secondo del disco sprizza grandeur, mostruosa enormità deforme in cui tutto viene massacrato, polverizzato e ricomposto per dare vita ad una fiaba macabra ed incredibilmente stupida allo stesso tempo (la title-track viene introdotta da rutti e scoregge prima di rivelarci che tutte le verità dell'universo sono racchiuse in un cheeseburger). è un lavoro mastodontico che fa venire gli incubi di notte al solo pensiero che qualcuno l'abbia scritto, arrangiato, registrato e mixato in questo modo.
oltre alla base voce-chitarre-basso-synth-batteria (due batteristi coinvolti, il fidato ryan van poederooyen e dirk verbeuren, già con soilwork, aborted ed altri) troviamo infatti l'intera orchestra e coro di praga ad ingigantire ulteriormente il suono.
ma come suona "deconstruction"? pesante. quando decide di picchiare non avete scampo, vi si riversa addosso un motocarro di legnate che non potete evitare. "juular", "pandemic" o "poltergeist" non lasciano dubbi al riguardo: rispolverate le sonorità più brutali degli strapping young lad devin ha avuto la bella idea di infarcirle di arrangiamenti orchestrali e urla lancinanti, ad opera anche di una nutrita schiera di ospiti.
quando invece il massacro si fa più ragionato, ecco arrivare le canzoni più lunghe del disco, articolate in vertiginosi crescendo che esplodono ed implodono in mille modi diversi, grazie anche ad un mastering lontano dalle logiche moderne (che prevendono un ragionamento del tipo "cazzo me ne frega delle dinamiche, io schiaccio tutto e faccio suonare tutto uguale") che accentua al massimo le escursioni dinamiche. "stand" o l'infinita "the mighty masturbator" sono emblematiche in questo senso, con la seconda che si produce in una parte centrale da rave spaziale/infradimensionale assolutamente delirante, con greg puciato a sbraitare come un ossesso.

si potrebbe fare un analisi di ogni pezzo ma staremmo qui due anni. il fatto è questo: "deconstruction" è un disco pesante, sia in senso che contiene musica pesante sia in senso che è pesante da digerire e metabolizzare, richiede più e più ascolti per potersi orientare nel labirinto di soluzioni che sfrutta. in questo senso non è certo un disco per tutti ma se non vi farete intimorire e riuscirete a farvi avvolgere da questo inferno sonoro, ne uscirete con la convinzione che devin townsend sia oggi un artista enorme, che non ha paura di esagerare e fare cose che noi comuni mortali non faremmo mai. in più avrete anche tutte le ossa rotte.
cazzo volete di più?

ghost


bene/male, bianco/nero, dolce/salato, sono tanti gli opposti inventati da noi con cui conviviamo ogni giorno. sono quelle cose che ci inventiamo per tenerci in equilibrio, per avere dei riferimenti nella nostra mente. deconstruction/ghost è la nuova dicotomia di townsend. dove uno arriva per distruggere con furia irrefrenabile, l'altro giace placido in riva a un lago in alba estiva, quando uno urla e si contorce in infinite evoluzioni l'altro sussurra e si stende su panorami sonori semi-statici che si estendono a perdita d'occhio.

questo è "ghost", quarto ed ultimo capitolo del devin townsend project. un disco che profuma di colori tenui spesso solo accennati, che inebria con una tavolozza di suoni eterei ed impalpabili che circondano e tolgono il fiato.
inutile citare canzoni, questo è il disco ideale per andare alla deriva in acque irrorate della luce rosa dell'alba, è la conclusione di un cerchio i cui primi tratti erano tracciati da "ki" e proprio a quel primo capitolo si riallaccia. ma se "ki" era un disco focalizzato su pezzi asciugati dalle infinite texture ambientali, "ghost" è l'esatto opposto, qui le texture sono tutto. si potrebbe definire un disco ambient per molti motivi, anche se non sarebbe esatto. è un disco versatile, può essere ascoltato sia attivamente per cogliere i frutti di una lavorazione certosina e maniacale sia passivamente, lasciandosi cullare dalla calma marea che vi farà sognare come poche opere al mondo.

qui finisce il progetto e qui possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo: townsend ci ha dato tutto, ha creato dei limiti, li ha superati, ha destrutturato la sua intera carriera e l'ha ricomposta in quattro dischi che sono la summa assoluta della sua arte. magari non i migliori, ma questa è questione di gusti, sicuramente quelli che meglio esemplificano la spaventosa varietà di idee e mezzi che egli ha a sua disposizione.

spring, "spring"



curioso caso quello degli spring. autori di un unico album nel 1971, furono in seguito quasi completamente dimenticati anche da buona parte degli addetti ai lavori.
la formazione vedeva pat moran alla voce, ray martinez alla chitarra, adrian maloney al basso, kipps brown al piano e tastiere e pick withers alla batteria. in aggiunta agli strumenti di base, arriva quella che è la grande arma/maledizione del gruppo: moran, martinez e brown suonano tutti e tre il mellotron, spesso contemporaneamente. se da una parte ciò garantisce una dose di epica pastoralità (affine per certi sensi a quella dei barclay james harvest), dall'altra può risultare talvolta stucchevole come effetto per chi non è avvezzo a tali vagonate di mellotron.

su questa base si sviluppano le composizioni del disco, un disco di prog/non-prog uscito forse un po' tardi per il suono che propone, essendo nel '71 già stati pubblicati altri dischi che avevano sviluppato ben oltre alcune di queste intuizioni, ma comunque efficace ed incredibilmente gradevole, grazie anche alla produzione di gus dudgeon che dona alle composizioni un tocco di easy listening che non guasta mai e rende il tutto più scorrevole.
"the prisoner", "shipwrecked soldier" o "golden fleece" incarnano lo spirito più propriamente prog del gruppo, articolandosi tra discreti cambi di tempo e atmosfere liquide ed avvolgenti, coniando un suono morbido ma allo stesso tempo deciso. le chitarre lavorano spesso in sottofondo, lasciando il mellotron a
guidare le melodie portanti su cui la voce di moran si staglia elegante.
"grail" mette in risalto la produzione di dudgeon con linee vocali vicine a ciò che elton john faceva in quel periodo, così come la dolce ballata pianistica "for absent friends", graziosamente rilassata e melodica.
potrebbe venire da dubitare della natura del gruppo ma non dimentichiamo che il disco risente dell'influenza del prog primigenio, quello abbozzato di moody blues et similia, quindi non c'è da aspettarsi fughe strumentali di venti minuti o tecnicismi inutili, qui si parla ancora di progressive pop, quella corrente che si è distaccata dal pop classico per creare canzoni con arrangiamenti particolarmente studiati che superassero i due minuti di durata dei singoli da classifica e l'obiettivo viene decisamente centrato, in questo senso.
la languida "gazing" ci congeda dal disco adagiandosi su una melodia leggera prima di un finale epico con le chitarre lanciate in un assolo incrociato di grande effetto.

"spring" non è un capolavoro, ha i suoi difetti che di tanto in tanto si fanno sentire. comunque è consigliato a chi ama queste sonorità e vuole riscoprire un disco che è stato ingiustamente chiuso nel dimenticatoio.

camel, "mirage"



la scena di canterbury è sempre stata argomento di dibattito. i suoi confini sono sempre stati labili avendo al suo interno gruppi spesso molto diversi tra loro. didier malherbe dei gong ha provato a definirla in termini tecnici ma la realtà è che ancora una volta si parla più di un'idea che di un suono vero e proprio. certo è che uno dei tratti distintivi dei maggiori esponenti di questa scuola è l'unione di armonie complicate e trame ritmiche prese dal jazz con melodie orecchiabili, soffici e malinconiche.

i camel, insieme ai caravan, sono sempre stati il gruppo più teso al secondo aspetto, quello delle melodie ammalianti, sebbene non abbiano certo dimenticato l'altra faccia della medaglia. infatti, rispetto ai loro colleghi soft machine, andy latimer e soci hanno intrapreso una via incline all'easy listening, rendendo il loro progressive meno indigesto alle orecchie di occasionali ascoltatori.
arrivati buoni ultimi nella scena, con un esordio di qualità ma non eccezionale datato 1973, i camel seppero comunque farsi largo tra la folla grazie ad un suono personale che è rimasto impresso a fuoco nella storia del prog e non solo.
la formazione classica della band, quella dei primi quattro dischi, vede all'opera andy latimer, chitarrista dalla voce morbida e rotonda nonché flautista, il compianto peter bardens alle varie tastiere, hammond e moog, doug ferguson al basso e andy ward alla batteria. questi i musicisti che nel 1974 fecero
uscire "mirage", facendo parlare di sé già con la sola copertina, raffigurante l'immagine dei pacchetti di sigarette della camel. questo fece sì che in america il disco uscisse con una cover diversa, che oggi è stata a ragione dimenticata dalle opere di ristampa della deram.

l'inizio stupisce per la durezza di una "freefall" veloce ed inarrestabile, un hard prog da manuale che fa intendere con chi si ha a che fare: la tecnica ai camel non manca ma non è mai fine a sé stessa, quello che invece viene sempre esaltato è un gusto melodico molto morbido e "viaggioso" che trova nella voce e nel flauto di latimer le sue incarnazioni più efficaci.
questo appare evidente quando inizia "supertwister", breve brano condotto appunto dal flauto traverso che disegna melodie sinuose su una base strumentale che è pura inghilterra, o per essere più precisi puro canterbury sound.
i pezzi da cento che i camel riservano sono le suite tripartite "nimrodel" e "lady fantasy". la prima, di chiara ispirazione tolkeniana, avvolge in un vortice lieve, sorretto da una sezione ritmica sfumatamente jazzata, su cui il cantato di latimer incanta per poi iniziare ad inerpicarsi sui sentieri del prog strumentale in un labirinto sonoro indescrivibile in cui bardens fa da padrone col suo vcs3 fino a rientrare per un attimo
nell'oasi del canto e sfociare in una coda psichedelica che dev'essere piaciuta molto a steven wilson.
"lady fantasy" parte ancora dura con la batteria di ward in primo piano per lanciarsi in un lungo e tortuoso percorso fatto di svisate prog, riff hard
e momenti di quiete psichedelica ma sempre melodica e ipnotica. il tutto è sempre impreziosito da una cura incredibile per gli arrangiamenti ed il suono ne esce vincitore, trofeo della maturità della band raggiunta in soli due album. il finale della canzone e del disco ne è la riprova: un turbine di riff, ritmiche spostate, e hammond che non lascia scampo e sveglia l'ascoltatore prima di richiudersi sulle sue stesse note iniziali.

i camel riuscirono ad avere un buon successo, sia tra il pubblico che tra i critici, ottenendo un tour americano di tre mesi grazie al riscontro avuto soprattutto nella west coast. i successivi "the snow goose" e "moonmadness" furono altri due incredibili lavori in cui lo stile camel venne perfezionato sebbene anche lievemente levigato, togliendo un po' del fascino di "mirage" ma portando la band ad un livello di padronanza del mezzo rock incredibile. purtroppo con la caduta del prog i camel non ebbero la prontezza e la fortuna di genesis o yes, perciò vennero dimenticati dai più anche se non certo dagli addetti ai lavori che ne hanno tenuto vivo il nome fino a noi.

high tide, "sea shanties"



1970. l'anno di "black sabbath", "in rock" e "led zeppelin iii". ma anche l'anno dell'omonimo disco degli arzachel e di "sacrifice" dei black widow.
proprio a questi ultimi due va avvicinato questo debutto sconvolgente degli high tide, gruppo inglese da sempre lontano dalle grandi luci ma che con due dischi ha saputo creare un suono unico ed incredibilmente originale.
il gruppo nasce nel 1969 fondato da tony hill, chitarrista e cantante proveniente dai misunderstood, band psichedelica che riscosse un discreto successo nella seconda metà degli anni 60 con un pop/rock psichedelico piuttosto originale. subito a lui si aggiunge simon house al violino elettrico e nascono così i due principali tratti distintivi degli high tide: hill crea incessantemente muri di chitarre stratificate in modo da generare un muro di suono inaudito per l'epoca, memore della lezione del jimi hendrix più casinista, sul quale il violino spesso distorto di house danza creando linee melodiche magnetiche che vanno da leggeri arabeschi a vere e proprie sfuriate.
quando ai due si aggiungono peter pavli al basso e roger hadden alla batteria ecco nascere la formazione che registra questo "sea shanties". un disco seriamente in grado di frullare il cervello all'ignaro ascoltatore.

il solo inizio di "futilist's lament" lascia a bocca aperta: il suono della chitarra di hill è mostruoso nella sua distorsione gigantesca e i riff che ne escono sono semplicemente incredibili. si potrebbe pensare al suono più pieno dei cream o al già citato hendrix, ma non basta: qui si va oltre come solo i black sabbath (e gli zeppelin di "immigrant song") hanno fatto quell'anno spingendo l'hard rock veramente vicino ai limiti dell'heavy e talvolta anche oltre. la voce di hill ricorda vagamente quella di jim morrison aumentando l'aura psichedelica dell'album.
"sea shanties" è uno dei dischi chiave per l'epoca del passaggio di testimone tra post-psichedelia e progressive, fondendo il classico trip della prima, dato dalla quasi incessante distorsione, e le trame ricercate e complesse del secondo, riscontrabili nei cambi di tempo e nella struttura di un brano come "pushed, but not forgotten", che passa da momenti kingcrimsoniani placidi e rilassati a sfuriate degne dei led zeppelin. un vero e proprio frullatore di tutto ciò che di meglio c'era in quegli anni portato in una dimensione parallela incredibilmente personale ed inimitabile.
come non citare poi il capolavoro "death warmed up", nove minuti di labirinti sonori percorsi in caduta libera verso il vuoto in cui chitarra e violino danno il meglio di sé stessi per creare un brano che è unico nella storia del rock.

un disco fondamentale se si vuole capire come si è arrivati a parlare di prog metal e derivati, perfetto interprete della sua epoca musicale che suona ancora fresco ed incredibilmente pesante oggi.

khan, "space shanty"



1972. il progressive classico è già in piena era dell'oro, la scena di canterbury si sta rapidamente sviluppando mentre la psichedelia trova ormai un posto alto nelle classifiche con "atom heart mother" dei pink floyd. in mezzo a questi grandi movimenti c'è un gruppo di amici che suona insieme ormai da un po' di anni negli uriel quando, nel 1970, nascono ufficialmente i khan sotto la guida di steve hillage.
con lui fanno parte del gruppo nick greenwood al basso ed il barbuto eric peachey alla batteria che sostituisce il fuggiasco pip pyle, scappato alla corte degli stessi gong. alle tastiere viene reclutato dick henningham che però lascia la band durante la fase di composizione del disco e viene sostituito da
nientemeno che dave stewart.questa formazione nel 1972 pubblica "space shanty", primo ed unico disco a nome khan.

i quattro marinai dello spazio compiono un'impresa grandiosa, fotografando in un disco pressoché perfetto un momento storico tra i più importanti di tutta la storia del rock. progressive, psichedelia, jazz, improvvisazione, tutti gli elementi che contribuirono a creare il suono di canterbury vengono qui fusi insieme e portati ad un livello di eccellenza incredibile.
l'esplosione sonora iniziale di "space shanty" catapulta l'ascoltatore nel mondo di hillage e soci e per tutti i nove minuti di durata della title-track non ci sarà modo di scappare alle stralunate intuizioni del gruppo: una cavalcata rock oscura e profonda che trascina negli abissi spaziali della bellissima
copertina finché la psichedelia non prende il sopravvento. un continuo saliscendi umorale su cui il cantato di hillage narra di viaggi cosmici, di conoscenza infinita e di viaggi... un po' meno spaziali e più mentali.

ha poco senso citare questa o quella canzone, il disco intero è un'entità a sé che richiede un ascolto integrale per poter realizzare i suoi stranianti intenti. si può discutere dell'ariosa melodicità della splendida "stranded" che culla, con la sua nenia vocale e un vago sentore di yes nell'atmosfera, o
dell'evocativa "mix up man of the mountains", impreziosita da stewart con uno splendido lavoro di hammond. nulla è fuori posto, nulla è di troppo e viene veramente da chiedersi come un disco del genere non sia annoverato tra i capolavori di una stagione che ancora oggi riserva sorprese incredibili.
un lavoro che mostra l'incredibile capacità di questi musicisti di creare paesaggi sonori infiniti e lanciati nel vuoto siderale.

quello che all'inizio può sembrare un disco di transizione tra due periodi si rivela essere, ad un ascolto attento, il perfetto incontro di più parti che,fuse insieme, creano un punto di fuoco unico, affascinante e perfetto nel suo equilibrio. del resto, non è esattamente questo che dovrebbe essere il progressive?
gli addetti ai lavori sicuramente conoscono e adorano questo disco che purtroppo non ebbe mai un seguito. parti per un supposto secondo disco finirono nel primo album solista di hillage, "fish rising", che vedeva anche la collaborazione dello stesso stewart, tanto per ribadire il concetto.

east of eden, "mercator projected"





gli east of eden si formarono a bristol nel 1967 attorno alla figura del violinista e polistrumentista dave arbus. a lui si unirono ron caines al sassofono,il cantante e chitarrista geoff nicholson, il batterista dave dufont e steve york al basso. 
l'unico parto di questa formazione fu, nel 1969, questo "mercator projected", gioiello dimenticato nonché punto d'incontro di una quantità eccezionale di stili.
poco dopo la critica inizierà a parlare di "progressive esotico", indicando un particolare tipo di prog che andava a riprendere ritmi, scale o semplici suggestioni dalle tradizioni musicali di tutto il mondo, dal medioriente (spesso il preferito) all'estremo oriente passando per paesi slavi e quant'altro. 
in effetti questo è il fil rouge di "mercator projected", una totale libertà di espressione, che vada ad abbracciare il mondo intero con un linguaggio universale. il concetto è molto naive, figlio diretto della summer of love da poco passata, ma la musica sa tradurre questa ingenuità in freschezza, dondando al disco un fascino strano, non drammatico ma intenso, non mistico forse, ma comunque profondo.

"northern hemisphere" esplode in un riff blues-rock granitico rimarcato dal violino di arbus, che fa suonare il tutto non molto lontano da ciò che stavano facendo anche gli high tide in quel periodo, non fosse per l'ariosa apertura del ritornello e un senso della melodia sempre spiccato che si palesa nella successiva "isadora", uno dei capolavori del disco. la "danza per flauto e sax soprano" è un tripudio di colori e di profumi in continuo movimento; rock e blues vengono filtrati con arrangiamenti dal gusto esotico ed un vago tocco jazz, soprattutto quando nella parte centrale il flauto traverso di arbus si incrocia col soprano di caines. su tutto svetta la splendida melodia della voce, ipnotica nella strofa, poetica e toccante nel leggiadro ritornello. una formula perfetta.
"waterways" è lieve nel suo lento incedere, leggera fino a trasformarsi in una sfuriata tribale dai toni epici, un vero e proprio rito furioso che giunge ad una cacofonica conclusione, che tanto sa di free jazz prima di sdraiarsi nuovamente sul vento.

come non citare poi la lisergica "bathers", tanto psichedelica quanto inquieta, o la semplicemente indescrivibile "communion", ricavata da una partitura per archi di bartòk. da un inizio saltellante e pastorale si viene condotti in una strofa incalzante e cupa nella quale le parole disegnano una melodia che non si dimentica facilmente. la tensione si stempera poi nel ritorno al tema iniziale per il finale di un brano che è assolutamente unico.

non manca un mezzo passo falso, il blues rock piuttosto standard di "centaur woman" che si dilunga fin troppo in un assolo di basso, invero non splendido. comunque nulla di grave che possa rovinare il pregio del disco. il fatto è che gli east Of eden hanno creato un ambiente musicale dal quale è lecito aspettarsi qualsiasi cosa, quindi nulla può veramente risultare fuori posto. ancor più stupefacente è la naturalità con cui l'hanno fatto, per altro in un disco d'esordio. pochi si possono permettere di scrivere una ballata come "moth", nella quale gli intrecci strumentali creano un paesaggio perfetto su cui la voce di nicholson può disegnare le sue splendide melodie provenienti da luoghi lontani e sconosciuti.

la conclusione è affidata alla jam collettiva "in the stable of the sphinx" che si muove ondeggiante fra tirate jazz-rock, stacchi, momenti di isteria e di calma prima di richiudersi su sé stessa e far calare la tensione per lasciare l'ascoltatore nel modo migliore possibile: stupito, affascinato, sicuramente un po' spiazzato ed anche perplesso volendo, ma soprattutto soddisfatto. 
il disco seguente, "snafu", è spesso considerato meglio di questo esordio. in realtà andò a prendere l'acqua molto più vicino al mulino del jazz/fusion, tanto da includere tributi a coltrane e mingus, per cui si allontanò lievemente dai territori progressive. un disco sicuramente più omogeneo di "mercator projected" ma che non conservò la stessa freschezza, quell'ingeniutà che a occhio verrebbe da criticare e che rende quest'opera prima un disco unico.

comus, "first utterance"



la luce è grigia, spettrale, avvolta in una gelida nebbia che lascia solo immaginare cosa si nasconda nella brughiera deserta. le foglie danzano cadendo dagli alberi che sogghignano tendendo le loro braccia rinsecchite rivolte verso il nulla. la danza dei comus è iniziata.

formato nel 1967 dai due chitarristi glenn gorin e roger wootton, il gruppo prende il nome da un'opera di john milton riguardante uno dei più grotteschi degli déi del pantheon greco, comus appunto. il duo iniziò a suonare nei locali presentando cover rivisitate dei velvet underground e brani tradizionali inglesi, facendo amicizia nel frattempo con david bowie che di lì a poco si sarebbe ricordato di loro, invitando il gruppo ad aprire il suo concerto alle purcell rooms.
nel frattempo la formazione diventò un sestetto, incorporando andy hellaby al basso, colin pearson al violino e viola, rob young al flauto, oboe e percussioni e la sedicenne bobbie watson per le voci femminili ed ulteriori percussioni.
questa la formazione che nel 1970 registrò "first utterance", disco destinato ad essere oggetto di culto per moltissimi anni e che vede anche oggi una propria rinascita grazie soprattutto ai continui proclami entusiastici di mikael åkerfeldt, leader degli opeth, la cui musica è sempre stata indubbiamente influenzata dal fascino sinistro di questo dischetto.

l'apertura è affidata a "diana", perennemente in equilibrio tra aggressività acustica, danza popolare e sinistri presagi. c'è un'aria di follia che attraversa tutto il disco, creata soprattutto dagli isterici vocalizzi di wootton, splendidamente contrappuntati dalla watson. si potrebbero usare migliaia di parole per definire ciò che si sente: prog acustico, folk prog, dark folk, psichedelia... e come al solito nessuno di essi riesce in alcun modo a dare un'idea precisa di quello che accade lungo il corso delle canzoni. "diana" fu il primo ed unico singolo estratto dal disco ed il singolo è oggi una vera e propria rarità.
se l'apertura lascia straniti, quello che segue non rassicura: "the herald" è ipnotica, magnetica se non addirittura catartica nel suo lento srotolarsi per dodici minuti su leggiadri ed infiniti arpeggi di chitarra su cui la voce di bobbie watson danza e incanta. il senso di disagio si trasforma presto in desiderio, desiderio di venire completamente avvolti in questa nebbia mistica e non uscirne mai più.
il gruppo dal canto suo non dà certo modo di scappare: infatti, subito segue "drip drip", schizofrenica danza foriera di una violenza che non può lasciare
indifferenti, altri dieci minuti di rapimento, una delle più sublimi rappresentazioni di follia mai create. andando ad analizzare le singole parti si può risalire ad alcuni protagonisti del folk rock inglese come fairport convention piuttosto che alcuni momenti dei traffic. fatto sta che ognuna di queste influenze viene distorta dalla furia del gruppo che ha imparato la lezione dei velvet underground ed usa l'aura sinistra ed oscura di reed per rendere ogni brano una perla oscura. come se venisse dipinto un quadro che mostra creature mostruose e deformi avvolte in una fitta nebbia; il gruppo dipinge per poi
strappare la tela e rivelare la realtà dietro ad essa e lasciarci basiti nel constatare che nulla è cambiato.
ogni canzone è un viaggio a sé, ognuna con le sue peculiarità che la rendono assolutamente unica, dall'inno quasi tribale in "song to comus" passando per la frenetica "the bite" e il terrificante intermezzo "bitten" fino ad arrivare alla conclusiva "the prisoner", agghicciante ritratto di un recluso in un manicomio sottoposto ad elettroshock che racconta le sue sensazioni in uno stato di equilibrio tra insensibilità, terrore e rabbia lacerante, condensata in un finale da far accapponare la pelle.
un disco sicuramente figlio del suo tempo ma anche avanti di almeno dieci anni nelle sue intuizioni che verranno poi riprese da migliaia di silenziosi estimatori, un'opera d'arte unica ed irripetibile, tanto che il secondo disco del gruppo, "to keep from crying", avrà solo alcuni sprazzi della genialità del suo illustre predecessore.
un capitolo unico nella storia della musica al quale non è stato reso il giusto tributo dal mondo. non è mai troppo tardi per rimediare, non privatevene oltre.

jennie ståbis, "paper owls"


a volte in mezzo ad annate che propongono fiumi di dischi che tentano il tutto per tutto per suonare moderni e inaugurare una nuova moda è bello sapere che c'è qualcuno a cui tutto questo non interessa minimamente. qualcuno a cui interessa solamente fare musica per esprimere passione e sentimenti positivi. questa sorpresa, questo qualcuno, arriva dalla svezia e si chiama jennie ståbis, giovane artista già in forza nei piu, visti live sul melloboat nelle acque svedesi.

ci sono varie cose che stupiscono di questo "paper owls": la prima ovviamente è la splendida voce di jennie stessa, dinamica, potente e fantasiosa ma mai esagerata, sempre al servizio della buona riuscita dei pezzi. impossibile poi non notare la cura con cui sono arrangiati i brani, con un uso sapiente di strumenti pressoché interamente acustici, per altro molti dei quali suonati dalla cantante stessa. 
le canzoni sono dei quadri multicolore dipinti in onore degli anni sessanta, visti da varie prospettive: le prime tre viaggiano sui binari morbidi e colorati dei figli dei fiori, chitarre acustiche leggere e voci delicate e spensierate, non lontane da certe suggestioni dei jefferson airplane o dei love più pacati. 
da "god in here" la prospettiva invece inizia a cambiare: agli arrangiamenti si aggiungono gli archi e la ballata inizia ad avere un retrogusto psichedelico che si esprime in pieno nella successiva "lady of the woodland", sicuramente la migliore del lotto. la canzone nei suoi nove minuti tocca vette di intensità incredibili, sempre sbilenca nelle sue armonizzazioni vocali accompagnate da chitarre che tanto sanno di comus del capolavoro "first utterance": davvero una canzone incredibile, ammaliante nel suo essere ipnotica ed ancora una volta arrangiata con maestria.

inutile dire che anche i restanti brani non sono da meno: meglio scoprirlo ascoltandoli, magari passeggiando per un bosco in una giornata di sole, uno di quei giorni in cui non si ha voglia di fare nulla se non lasciarsi andare ai propri pensieri camminando senza meta facendosi accompagnare dalle note di questa piacevolissima sorpresa che non mancherà di regalare emozioni a chi vorrà avventurarsi nei suoi meandri.

orphaned land, "the neverending way of ORwarriOR"



sei anni. tanto abbiamo dovuto aspettare per vedere un nuovo disco degli orphaned land sugli scaffali. sei lunghissimi anni durante i quali il precedente "mabool" è stato portato in giro in lungo e in largo, osannato dalla critica ed amato dai fan, un vero e proprio miracolo come ne capitano raramente. ed ecco qui finalmente il suo degno successore.
sì, perché "orwarrior" è un disco veramente mastodontico, sotto ogni punto di vista. primo tra tutti il concept, così semplice nell'idea quanto efficace nell'aprirsi in un ventaglio di interpretazioni davvero enorme: un uomo allo sbando perde la sua fede e la sua vita normale per scoprirsi chiamato ad assurgere a ruolo di guerriero della luce. al limite del banale, non fosse per l'infinito caleidoscopio di colori, suoni e idee concettuali che il gruppo padroneggia. gli israeliani fanno vanto del loro saper riunire sotto la propria bandiera persone di ogni credo e religione, quindi sotto con citazioni dal corano, dai salmi della bibbia e da canti e preghiere ebraici, creando già in questo modo un secondo strato di lettura molto interessante.
insomma, avrete capito il concetto: tanta carne al fuoco in cui poter sprofondare i denti.

dal punto di vista musicale poi ci troviamo di fronte ad un gruppo che ha trovato la propria dimensione ideale e ne ha rifinito ogni sfumatura: laddove in "mabool" potevano ancora trovarsi momenti ridondanti o poco incisivi, qui sentiamo una cura professionale di ogni dettaglio che non può lasciare indifferenti.la tripartizione del disco è sia concettuale che musicale. le differenze fra le tre parti della storia vengono infatti sottolineate magistralmente dalla musica dal gruppo, aggressiva, contorta e dura nella prima parte, sublime, spirituale ed epica nella seconda, la più influenzata dalla passione etnica dei nostri, ed infine l'equilibrio di tutte le componenti nella terza ed ultima parte.
un gruppo che ha una tavolozza di colori impressionante e sa sfruttarla al meglio per creare chiaroscuri spettacolari, contrasti dai quali nascono scintille che incendiano tutti gli ottanta minuti di durata del disco.
un disco che vi richiederà attenzione e sforzo, vorrà più e più ascolti e dovrete lasciarlo fare il suo dovere. nel momento in cui si svelerà a voi avrete davanti una dimensione sconfinata di luci, suoni e colori dalla quale potreste non voler uscire più.

alice in chains, "black gives way to blue"



il termine "attesa" non rende pienamente ciò che si è provato per questo disco.
una band, che definire storica è riduttivo, si riforma dopo la tragica morte del frontman/cantante/simbolo sostituito con un quasi perfetto sconosciuto. molti sono i dubbi, ancora di più le paure di una becera operazione commerciale che possa sfociare in un disco sciapo.
ma... così non è. già, perché contro i pronostici e le male lingue, cantrell, inez, kinney e il nuovo arrivato william duvall sono tornati per riprendersi il loro posto e l'hanno fatto con un disco a prova di bomba. questo è "black gives way to blue", un prodotto forse meno viscerale e istintivo dei precedenti ma
indubbiamente profondo ed ispirato, oltre che mostruosamente pesante e lento.

l'incedere delle canzoni è pressoché sempre lento e strascinato, a partire dalla maestosa apertura con "all secrets known" che da sola riesce a mettere in chiaro alcune cose: primo che william duvall non è layne staley e non prova ad esserlo, lasciando che il suo stile si integri con il suono del gruppo; secondo che jerry cantrell non ha certo perso la passione per i riff magmatici e maledettamente pesanti che l'hanno reso famoso; terzo che il nuovo disco degli alice in chains, pur guardando avanti e proiettando un'immagine decisamente diversa da quella di un nuovo "dirt", suona come solo un disco degli alice in chains può suonare.
la sezione ritmica è la solita roccia solidissima pronta a stupire con tocchi di classe nascosti qua e là e il risultato è un suono pieno, potente e pregno di quella disperazione/malinconia/angoscia che ha sempre contraddistinto il combo di seattle. le armonie vocali sono onnipresenti e sempre arrangiate in modo
sublime e sia cantrell che duvall non fanno certo mancare il pathos dovuto.
non siamo di fronte ad un capolavoro, buona parte di tutto ciò l'abbiamo già sentita ed amata. ciononostante pezzi come "check my brain", "a looking in view" e le bellissime "acid bubble" e "private hell" riescono a scuotere l'ascoltatore e a farlo sorridere per aver ritrovato quelle sensazioni che si pensavano
perse per sempre. per non parlare delle ballate incastonate nel disco, tre perle che rispondono ai nomi di "your decision", "when the sun rose again" e la toccante chiusura con la title-track, dedicata all'amico layne, il cui fantasma non può non essere avvertito tra le pieghe dei brani.

questo sembra essere il miglior tributo che i suoi compagni potessero fargli e molto più: è un ritorno alle armi con tanto di coltello tra i denti, pronti a colpire di nuovo. tra le tante reunion inutili e prive di risultati, fa incredibilmente piacere constatare come qualcuno ancora possa farlo per pura passione.

no-man, "schoolyard ghosts"



l'aria è leggera, c'è profumo di pioggia appena passata. le nuvole si muovono lentamente sopra la terra umida. la mente viaggia, ricorda, si perde in mille rivoli di memorie di giochi perduti. una voce leggera sussurra, dice che all sweet things will come again mentre lo spazio attorno ad essa si contorce in
un turbinìo di suoni colorati di un grigioblu lontano.
"schoolyard ghosts" è principalmente questo: un disco d'atmosfera in cui perdersi, una di quelle esperienze per quando si ha voglia di scappare e rifugiarsi in un mondo di malinconia e memorie perdute, tristi fantasmi del passato che rassicurano.
rispetto ai due dischi precedenti si nota una volontà di valorizzare di più la personalità di ogni singolo brano, senza però perdere di vista l'omogeneità di fondo, senza far mai cadere l'intreccio di suoni, soundscapes, tensioni e risoluzioni mancate che compone il substrato strumentale dell'album. senza dubbio nei dischi precedenti non avremmo mai trovato un pezzo come "pigeon drummer", altalena in moto perpetuo tra tesissimi vuoti sussurrati dalla profonda voce struggente di tim bowness ed esplosioni di suono inaudite. ci si sarebbe aspettati piuttosto qualcosa tipo "truenorth", ma anche in questo caso wilson e bowness mettono a repentaglio le aspettative dando alla luce un gioiello di 13 minuti accompagnato dalle orchestrazioni di dave stewart e la london session
orchestra.
i no-man hanno acquisito una padronanza dei mezzi assoluta: possono plasmare un brano a loro piacimento, riempiendolo fino all'orlo di particolari, sfumature, colori negli arrangiamenti, senza mai farlo suonare sovrarrangiato o esagerato. come se scavassero un'enorme buca nel terreno e la riempissero di aria: la buca sembra vuota, eppure non è vuota. è un disco pieno, corposo che però suona vuoto senza suonare vuoto. per tutta la durata del sogno la voce di bowness disegna melodie fragili, in perenne equilibrio e pronte a infrangersi in mille cristalli sul mare di suoni in movimento creato da wilson e ospiti con le strumentazioni più disparate, lasciando bene in primo piano le chitarre eteree ed un uso mai invadente del mellotron, figlio certamente delle sperimentazioni che furono di robert fripp a suo tempo.
un meraviglioso mare di grigio in cui lasciarsi annegare dolcemente, cullati da onde d'aria e suono che vi porteranno lontano. molto lontano.
non trattenetevi, neanche quando vi sembrerà di essere troppo lontano.

teeth of lions rule the divine, "rampton"


ci sono dei dischi strani al mondo. sono situazioni strane che si vengono a creare per cui alcuni album sembrano essere come delle leggende per chi li conosce, dei capolavori assoluti senza tempo né corpo, mentre il resto del mondo li ignora bellamente, neanche sapendo dell'esistenza del genere stesso proposto nel disco.
dico questo in apertura di questa recensione perchè sembra proprio essere il caso dei teeth of lions, una sorta di super-gruppo, una all-star-hyper-doom-band che vede al timone due individui non certo sconosciuti del panorama doom più o meno estremo internazionale ovvero il gran cerimoniere stephen o'malley,terrorista sonoro legato a quella creatura abissale chiamata sunn o))) ed il sacerdote lee dorrian, leggendario cantante dei mai troppo lodati cathedral. ad accompagnarli in questa nuova creatura troviamo l'altro sunn o))) greg anderson al basso ed alla batteria justin greaves, ottimo doom-groover già incontrato alla corte di sua maestà jus oborne nei suoi electric wizard nonchè negli iron monkey.

ma il disco cos'è? bella domanda. non è esattamente semplice da spiegare a parole. immaginate del fango. il fango quello verdastro, paludoso, argilloso e piuttosto fetido. immaginatene davvero tanto. ecco ora pensate di stare sprofondando in questo oceano di fango che inizia a scaldarsi fino ad essere fottutamemente caldo e soffocante. e mentre voi giacete inermi in questa poltiglia notate in lontananza quattro figure incappucciate recanti in spalla una grossa bara. camminano ad una lentezza sfiancante verso di voi, ogni passo sembra essere un'agonia, un lentissimo passo verso la fine di tutto, verso il luogo ignoto in cui sono diretti. con questa lentezza estenuante non possono permettersi di cambiare percorso solo perchè voi avete deciso di sdraiarvi nel fango e quindi pensano bene di camminarvi sopra facendovi sentire l'indescrivibile peso di quella bara che portano con loro.

così più o meno potrebbero essere descritte a parole le sensazioni che si provano ascoltando questo macigno. se vogliamo tirare in ballo termini musicali potremmo parlare ovviamente di doom metal imbastardito nella psicosi drone che anima la creatura principale di o'malley e anderson, su cui si inesta la voce di dorrian che più che altro si lancia in cantilene infinite ed ipnotiche che non vi lasceranno andare da nessuna parte fino alla fine del cd. che, è bene dirlo, è formato da tre canzoni, un primo monolite di 27 minuti denominato "he who accepts all that is offered(feel bad hit of the winter)", la cover di "new pants and shirt" dei killdozer perfettamente integrata nell'economia musicale dell'album, e la finale "the smiler", a mio modesto parere il capolavoro nel capolavoro, 18 minuti che si trascinano lentamente verso la totale anestesia dei sensi, verso l'annichilimento di ogni sentire. questo è un capolavoro, non si può stare a discutere. può piacere o meno, potete capire o meno il genere, potete entrarci o no, potete anche scegliere di evitarlo, fatti vostri. la realtà cruda e oggettiva è che non portete mai vedere così tanto fango in vita vostra, non potrete mai sentire i polmoni che esplodono tanto sono pieni della vomitevole melma ribollente emessa da questi quattro geni. un capolavoro. punto.

mastodon, "leviathan"




nonostante le accuse dei denigratori, è indubbio che l'heavy metal sia materia in continuo movimento. perlopiù si tratta di evoluzioni derivative del suono (vedi i nevermore, demiurghi di una materia creata dai queensryche negli anni '80, vedi gli opeth che plasmano a loro piacimento concetti derivati in parte dal "death" svedese e in parte dal prog degli anni '70 e così via) ma a volte qualcuno riesce a fare un passo ancora più in avanti e portare suono, intenzione, arrangiamento ed impatto ad una nuova frontiera. è successo nel '96 con "destroy erase improve" dei meshuggah, è successo con "city" degli strapping young lad, in un certo senso è successo con "aenima" dei tool e nel 2004 è successo con "leviathan" dei mastodon. dal momento in cui bill kelliher e brann dailor uscirono dai today is the day di steve austin dopo le registrazioni del monolite "in the eyes of god" venne a crearsi una nuova band che prendeva spunto dalle esperienze passate dei musicisti (formazione completata da troy sanders, basso e voce, e brent hinds, chitarra e voce) e dalle loro mille influenze. influenze che in questo disco vengono frullate insieme a creare un suono particolarissimo e fortemente personale che già oggi fa sentire la sua pesante influenza sulla scena.

i fattori fondamentali per l'esplosione della supernova mastodon sono due, identificabili in mille concetti ma riassumibili in due parole: impatto ed intelligenza. l'impatto arriva dal thrash più evoluto della bay area, dai metallica di master of puppets e via discorrendo, ma conserva anche una innegabile parte derivata dall'hardcore old school nello sparare in faccia dosi inaudite di violenza senza mezzi termini.
l'intelligenza è il mezzo con cui creano questo impatto, sono gli arrangiamenti e le strutture dei brani, in cui spesso risuonano echi del progressive più puro degli anni '70 (non è un caso che dailor abbia affermato in intervista che il suo stile non è altro che frutto dell'impegno di un autodidatta innamorato del phil collins dei bei tempi dietro le pelli dei genesis). tempi dispari, accenti in continuo movimento, momenti acustici ed intimisti ed anche una spruzzata di sana psichedelia, senza dimenticare l'impianto generale del disco: un concept sul "moby dick" di melville. il tutto con bene in mente una semplicità armonica (relativa, certo) di base che garantisce l'impatto di cui sopra.

insomma una pasta sonora studiata e cotta a puntino per lasciare il segno che non fallisce nel suo obiettivo. aprire un disco con "blood and thunder" ti assicura una partecipazione ai festival metal di mezzo mondo con una botta certa, così come piazzare al terzo posto una "seabeast" coi suoi continui spostamenti ritmici fa drizzare le orecchie anche a chi in un disco cerca qualcos'altro oltre alla botta. il suono lungo il disco pesca da vari momenti del metal mondiale, vedi "iron task" il cui riff iniziale strizza l'occhio al death floridiano old school o lo stacco centrale di "megalodon", puro metallo colato degli anni '80 da headbanging sfrenato. poi nella seconda metà dell'album si fa più evidente un discorso a parte relativo forse anche al passato di kelliher e dailor in quanto ex-today is the day, ovvero i legami dei mastodon con la moderna scena americana "schizoide". parlo di quel manicomio moderno che comprende il gruppo di steve austin appunto come i converge, gli isis ma soprattutto i neurosis. dico soprattutto perché è proprio una delle menti della band di oakland, nel caso scott kelly, che collabora coi quattro di atlanta su "aqua dementia", brano in cui l'influenza dei neurosis si fa piuttosto lampante nelle strutture armoniche e nei suoni delle chitarre. questo prima che i mastodon ci riservino il gran dessert, "hearts alive", 14 minuti di suono in continua evoluzione in cui momenti acustici e caldi si interpongono a sfuriate micidiali e melodie da brividi sulla schiena, tutto mantenendo sempre alto il marchio mastodon (di cui parte fondamentale è anche lo stile batteristico di dailor, assolutamente inconfondibile nella sua derivazione settantiana e nei suoi continui fill a ruota libera, cosa sempre più rara al giorno d'oggi in cui sembra che suonare la batteria sia solo tenere il tempo o fare i buffoni a tutti i costi). il disco va poi a chiudersi con la breve "joseph merrick", rilassata nei suoi toni acustici ma ben lontana dall'essere la classica outro buttata lì tanto per. il perfetto commiato per un disco che ha già fatto il giro del mondo insieme ai quattro ragazzi che l'hanno concepito. sono abbastanza convinto che tra dieci-quindici anni se qualcuno vorrà capire la materia sonora pesante dovrà passare dal suono che scaturisce da questo disco, nell'ottica di molti (a cui mi aggrego volentieri) già un classico.

cathedral, "endtyme"



era marzo 1986 quando mick harris decise di rompere le frontiere dell'estremismo sonoro fondando i napalm death e dando il via alle sessioni di registrazione di quel capolavoro chiamato "scum". la leggenda vuole che durante quelle registrazioni il cantante del gruppo fosse perennemente ubriaco fradicio e justin broadrick, allora chitarrista dei napalm, dovesse fargli cenno quando doveva iniziare ad emettere urla disumane.
quel cantante era lee dorrian che tre anni dopo avrebbe lasciato i napalm death per realizzare il suo sogno: creare un gruppo in cui dare libero sfogo al suo fanatismo per i black sabbath. ebbene si, passò direttamente da un estremo all'altro, dai selvaggi blast beat a velocità siderali dei napalm a un gruppo il cui brano più veloce (almeno nel primo disco) sarebbe stato considerato come un mid-tempo da qualsiasi band metal media. quel gruppo sono i cathedral ed il primo indimenticabile disco si chiama "forest of equilibrium".
da allora la rotta dei cathedral si è spostata, andando a lambire lidi di un qualcosa che potrebbe essere definito come "doom rock n' roll", passando anche per la collaborazione per eccellenza a cui un gruppo del genere possa aspirare: avere Tony Iommi ospite su un proprio disco ("the carnival bizarre"). così si perse traccia di quella lentezza claustrofobica che aveva caratterizzato i primi passi di leo e soci. nel 2001 accadde però un miracolo. dorrian deve aver fatto un brutto sogno una notte (ovviamente un brutto sogno per lee dorrian vuol dire sognare colori, felicità e coniglietti rosa) che l'ha portato a concepire un disco putrido come "endtyme".

un capolavoro. un prepotente ritorno a suoni cupissimi e rallentati, con un'aura quasi mistica ad avvolgere ogni brano. i black sabbath sono sempre lì, questo è un dato di fatto, basti sentire l'incipit di "alchemist of sorrow" o le mille parti disseminate qua e là in mezzo ai pezzi, puro Iommi-sound. è un difetto? dipende dai punti di vista. quello che non è opinabile a parer mio è che un pezzo come "requiem for the sun" sia un monolite fatto di buio e pece che toglie il fiato. non si può discutere il fatto che avere un'intro come "cathedral flames" con a seguito "melancholy emperor" sia quasi come barare (nel gioco del Doooom, of course), sia un colpo basso per chi potrebbe vivere di suoni del genere.
citare tutti i brani non avrebbe senso? sticazzi. non ce n'è uno che valga meno, dalla più movimentata "whores to oblivion" ai 9 minuti di "ultra-earth", in equilibrio tra una psichedelia oscura e bordate di lenta oscurità accecante. passando per i clamorosi(ssimi) richiami ai sabbath della già citata "alchemist of sorrow" per il lato hard e di "astral queen" per quello più morbido e psichedelico (si chiamava "planet caravan" se non erro) che però, ci tengo a sottolinearlo, non danno assolutamente fastidio, anzi, sono pienamente apprezzabili in quanto "strumentalizzazioni di un suono già utilizzato" per ottenere scopi diversi. dai, onestamente, mettiamola così: i black sabath non fanno più di queste cose, ora le fanno i cathedral e le fanno in modo divino, quindi perché lamentarsi? "sea serpent" è forse il pezzo più canonico del disco, probabilmente perché quello che viene dopo è il vero massacro: "templars arise!", 14 minuti posti in chiusura dell'album, la colata di Dooooom definitiva, una lentissima marcia (ma proprio marcia) verso il nulla, verso l'asfissia totale, un trip senza ritorno con dorrian a far da caronte col suo cantato perennemente sgraziato, grattato, melmoso ed affascinante all'inverosimile.

la cosa divertente in tutto questo è che l'anno successivo dorrian stesso farà ancora di peggio, unendo le forze con justin greaves, greg anderson e Stephen O'Malley (che, ricordiamolo, è il Male, nonchè l'autore della meravigliosa copertina di"endtyme") formando i teeth of lions rule the divine e pubblicando un capolavoro epocale, la versione ancora più estrema di questo "endtyme". in poche parole, dorrian nel giro di due anni e due dischi ha riassunto perfettamente tutto ciò che il Dooooom era, è, e sempre deve essere. per questo noi lo vogliamo a capo del mondo.

queensryche, "here in the now frontier"




non è un mistero che chris degarmo fosse un fan degli alice in chains. lo dimostra anche la sua partecipazione al disco solista di jerry cantrell "degradation trip" e conseguente partecipazione al tour. inoltre alcune voci qualche anno fa affermavano che il chitarraio fosse interessato a formare una nuova band che avrebbe incluso due ex chains in formazione, nel caso mike inez e sean kinney (rispettivamente basso e batteria). tutta questa intro perché? beh, chi conosce il disco di cui mi accingo a parlare ha già capito sicuramente, per tutti gli altri: questo disco sono i queensryche che rielaborano a modo loro il verbo grunge della parte più sanguigna e degli alice in chains in particolare (spruzzatine di pearl jam in giro per i pezzi).

punto uno: si sono sputtanati seguendo la moda
risposta uno: sei un cretino se pensi che nel '97 andasse il grunge e dovresti un attimo rivedere la tua linea temporale.
punto due: manca il suono Queensryche
risposta due: stai ascoltando il disco sbagliato. la grandiosità di questo disco sta proprio nel suonare Queensryche-nonQueensryche, nel fatto che la band non ha avuto paura per l'ennesima volta di fare quello che le pareva. ricorda che è anche colpa degli stronzi come te che chris se n'è andato.
punto tre: Geoff sottotono
risposta tre: beh allora canta le varie "saved" o "SpOOl" o "some people fly" come lui. un uomo che ha cantato solo heavy metal per quindici anni ed all'improvviso si reinventa cantante rock moderno con tanto di inflessioni vocali a là staley (ehm...forse con un briciolo di tecnica in più, senza offesa).

cosa resta da dire? che questo disco è diverso da qualsiasi cosa fatta dai 'ryche. forse per concetto il disco più vicino è il seguente (splendido) "q2k" anche se ha un'atmosfera completamente diversa. qui parliamo di un disco rock, con poco o nulla a che vedere col metal, che si può tranquillamente ascoltare in macchina sfrecciando in autostrada. non esattamente uguale al precedente "Promised Land"... di fatto i pezzi contenuti in questo dischetto sono per la maggiorparte strepitosi, basti pensare alla grintosa apertura con "sign of the times", ai cori di "cuckoo's nest", le splendide linee melodiche tracciate da geoff nella semiballad "some people fly" (uno dei top del disco), il feeling di "saved" o il killer groove di "reach". abbiamo poi una sorpresa con "all i want", cadenzato rock d'autore cantato da mr.degarmo in persona, un brano carinissimo e trascinante, non certo il capolavoro del secolo ma ben fatto. prima del capolavoro segnalo anche la rabbiosa "hit the black", resa magistralmente anche sul live del 2001 "live evolution". in tutto questo non dimentichiamo l'apporto fondamentale del resto del gruppo, con uno scott rockenfield preciso e potente nell scandire groove presi di forza dal rock dei '90, eddie jackson sempre sotto a far pulsare la ritmica con le sue idee fantasiose (notare le linee di "you" o "sign of the times") e la coppia wilton/degarmo a scambiarsi assoli dal feeling sublime prima di esplodere in fragorose ritmiche così squisitamente seattle-sound... senza dimenticare l'incredibile lavoro di armonizzazioni vocali compiuto lungo tutto il disco da degarmo e jackson, veramente incredibile come riesca a dare un ulteriore quid in più ad ogni composizione.
e poi il capolavoro. come al solito i 'ryche non ne vogliono sapere di andarsene senza il loro classico colpo di coda (basti pensare a "roads to madness", "eyes of a stranger", "someone else?" o "anybody listening") (spè ho dimenticato "the right side of my mMind" e "i will remember"). in questo caso Tate & friends infilano una "spOOl" che vola dritta dritta tra i capolavori sempiterni scritti dalla compagine di seattle coi suoi continui crescendo e diminuendo, un geoff teatrale ed espressivo a livelli da record ed una momentaneamente ritrovata inquietudine che aumenta i brividi sulla schiena di secondo in secondo.

in conclusione che dire? non è il capolavoro dei queensryche, è solo uno dei loro dischi della madonna, ovvero per la media dei comuni mortali un capolavoro. sono di parte? il triryche che porto appeso al collo dice di no, sta a voi decidere se credergli o meno.

riverside, "second life syndrome"



i riverside sono uno dei fenomeni maggiori della ritrovata vena artistica polacca. un gruppo che non ha paura di sperimentare e non si vergogna di ammettere le proprie influenze esterne (talvolta, diciamolo, risulterebbe molto molto poco credibile), facendo foto session con i vari membri sfoggianti magliette di anathema, pain of salvation ed opeth. nonostante questa introduzione poco rassicurante, ci tengo a mettere subito in chiaro che il gruppo ha in realtà una sua personalità parecchio spiccata e le influenze vengono sempre rielaborate e filtrate attraverso un suono particolarissimo e molto oscuro, di pari passo con il concept dell'album. altro elemento a loro favore è il coraggio avuto nel debuttare un paio di anni fa con il primo capitolo di un concept diviso in una trilogia ("out of myself" era l'esordio, questo disco è il secondo capitolo, "rapid eye movement" è il terzo).

ma veniamo al dunque, "second life syndrome". la peculiarità dei quattro polacchi è sicuramente quella di suonare prog metal avendo bene in mente di non strafare, di non buttare lì virtuosismi tanto per, concentrandosi invece sul trasmettere emozioni con ogni nota suonata. fin dall’apertura con “after” questo risulta lampante: la voce di mariusz duda dipinge splendidi tratti morbidi ed oscuri allo stesso tempo, irresistibilmente malinconici e rassegnati, prima di lasciare il posto a “volte-face”, groovy e più diretta con varie strizzate d’occhio agli ultimi porupine tree soprattutto nelle costruzioni di chitarra. il resto del disco non è da meno. dalle melodie rassegnate in stile anathema (periodo “judgement”) di “conceiving you” e “i turned you down”, splendidamente costruite ad hoc per insinuarsi sottopelle e non andarsene più, agli scatti di violenza di “artificial smile”, sicuramente la più dura dell’album, passando per il più canonico prog strumentale di “reality dream III” è tutto un susseguirsi di emozioni dettate soprattutto dalla incredibile voce di duda, non particolarmente alta né tecnica se vogliamo, ma intrisa di un’emozionalità davvero rara, un’espressività particolare e personale che non può lasciare indifferenti. tutto questo culmina nel picco massimo rappresentato dalla title-track, ben quindici minuti che scivolano lievi sulla pelle come caldo velluto, con un ritornello che a stento vi farà trattenere dal cantarlo per sempre…

questo è “second life syndrome”, un disco intimo, da scoprire con calma nel tepore della propria camera, possibilmente in cuffia per apprezzare al meglio tutti i particolari che lo compongono. una volta che ci sarete riusciti non potrete più farne a meno.

porcupine tree, "fear of a blank planet"



sarò molto onesto e partirò dall'inizio, da diciamo gennaio/febbraio 2007, quando i blackfield fecero uscire il secondo splendido capitolo della loro discografia. i porcupine tree arrivavano da un tirare in lungo e in largo "deadwing" e da alcune decisioni nelle loro scalette piuttosto discutibili. come ad esempio suonare una bella carrellata di b-sides e singoli e nulla dalle produzioni passate.
per di più diciamolo una volta per tutte, "deadwing" ha una bella atmosfera, alcuni pezzi veramente epocali ma in generale non si può certo dire che sia il loro capolavoro, anzi, personalmente credo di trovarlo il loro disco meno riuscito in generale. ecco insomma, sommate tutto questo al fatto che chi scrive ancora si commuove ascoltando "coma divine" e rimpiange i tempi in cui i porcospini erano quelli di "the sky moves sideways" o "signify" ed otterrete il grado di perplessità che si annidava in me quando iniziarono a girare le voci sul nuovo disco "ancora più metal"...

mi pento. mi pento profondamente. "fear of a blank planet" è l'opera più riuscita dei Porcupine Tree dai tempi di "lightbulb sun". sì, è vero, ci sono i chitarroni e le parti pestate. da qui a chiamarlo un disco metal però c'è un abisso. i suoni di questo disco fanno paura, penso che quell'anno solo i Rush siano riusciti ad avere dei suoni a questo livello. sono impresisonanti. è impressionante il suono della batteria, la profondità dei tom, dei timpani e della cassa, la definizione del rullante, la pulizia dei piatti. è commovente il suono delle chitarre acustiche, limpide e costruite nel vuoto, per non parlare del muro di suono che si viene a creare con le distorsioni, assolutamente devastante (esemplare è la parte centrale di "anesthetize"). il basso di colin è il solito macchinario macinatore di groove anche se se le parti effettivamente groovose sono ridotte rispetto al passato. ciononostante il basso è sempre udibile distintamente lungo il disco e svolge un lavoro egregio. le tastiere poi sono il solito grandioso collante, perfette per amalgamare insieme tutto ciò che è stato descritto finora coi loro suoni aperti ed impalpabili sempre modellati con gusto e classe da barbieri.

ovviamente tutto questo è finalizzato alla massima resa dei pezzi, che a livello compositivo giocano brutti scherzi. se ai primi ascolti si rimane spiazzati (soprattutto per la spudorata somiglianza del primo riff del disco con quello portante di "deadwing"), col passare del tempo si iniziano a cogliere tutti i particolari e non si può che rimanere a bocca aperta per la fantasia che mr.wilson dimostra ancora una volta di avere e di saper utilizzare. la materia sonora che aveva avuto il suo battesimo su "in absentia" viene qui stemperata in un'opera totalmente coesa e coerente con sé stessa senza mai risultare uno sfogo di autocompiacimento e senza mai essere ripetitiva. suona più come un blocco, un'unica canzone divisa in sei parti piuttosto che un disco di sei canzoni differenti. opera che ha senza dubbio il suo centro nevralgico nella già citata "anesthetize", tortuosa nei suoi quasi 18 minuti, ipnotica nella prima parte, sorta di danza tribale tecnologica, devastante nella parte centrale condotta da chitarre compresse e dal drumming stellare di gavin harrison (che dà su questo disco una prova di gusto ritmico ed intelligenza veramente superiori alle possibilità umane...) per poi andare a dilatarsi e distendersi nelle onde di cori della coda, assolutamente da brividi.
il fatto che "anesthetize" sia il centro non vuol dire che il resto del disco sia tanto da meno. una cosa che sorprende è un certo deciso ritorno alle rarefazioni ambientali, presenti si anche in "deadwing" o "in absentia" ma in modo diverso. qui si cerca un'inquietudine forte, cercano di farci paura, sicuramente in modo da dare risalto maggiore al concept del disco, incentrato sui danni che la società tecnologica può creare sulle menti più giovani e malleabili. un pezzo come "my ashes" è emblematico in questo senso: trascinato, languido, aperto e cantato "in punta di lingua" da uno steven più in forma che mai con la voce.

e in tutto questo non ho parlato degli ospiti, delle mani magiche di Alex Lifeson che tessono le trame di un assolo da pelle d'oca in "anesthetize", della mente malata di mr.Robert Fripp che crea textures di soundscapes lungo tutta la drammatica "way out of here" e della voce di john wesley che finalmente compare anche su un'uscita in studio del gruppo inglese e non solo come turnista, dando maggiore spessore alle strutture vocali costruite da wilson lungo tutto il disco (leggasi "quei cazzo di cori, sbav").
inutile dilungarsi oltre, sono tutte cose che ognuno di voi può (e deve) scoprire da solo, mettendosi le cuffie ed ascoltando al buio in solitudine questo disco. capolavoro? il tempo ce lo dirà. sicuramente uno dei dischi più riusciti di wilson &co.

queensryche, "rage for order"



andiamo per gradi. punto uno: era il 1986. i metallica facevano uscire "master of puppets". gli slayer assalivano il mondo con "Reign in blood". i napalm death iniziavano a scrivere "Scum". non si può certo dire che sia stato un anno povero per l'heavy metal.
punto due: non bastando tutto questo, i 5 Portatori della Sacra Luce di Seattle se ne uscirono con "Rage For Order", arrivando da "The warning", un disco sì valido ma ancora legato in molte parti a certi stilemi di metal classico, sebbene spesso riveduti e rigirati alla maniera dei Ryche (leggi NM156, Take Hold Of The Flame o Roads To Madness).

quello che lascia spiazzati di Rage For Order non è un unico aspetto, sono piuttosto tante sfaccettature che unite compongono un puzzle totalmente diverso da quello a cui i 5 avevano fin ad allora abituato il pubblico. a partire dalla (discutibile) immagine sul retro che ritrae Geoff & Co. in sfavillanti abiti futurista-brillantoso-glaciali (il primo che dice glam è morto) per giungere poi ai suoni del disco (produzione a cura di neil kernon), taglienti e penetranti, tutto riflette il cambiamento, l'evoluzione che da ora in avanti diventerà fil-rouge nella carriera dei Ryche.

punto tre, detto anche succo del discorso: l'apertura è di quelle da annali: una doppietta come walk in the shadows/i dream in infrared sono in pochi a potersela permettere, passando dalla maestosità dell'opener alla quasi claustrofobica e grigia paranoia del secondo pezzo. the wisper è la prima delle poche canzoni che nel disco risultano essere più nella media (insieme ad essa chemical youth e surgical strike), nonostante recentemente il gruppo l'abbia riesumata addirittura in apertura dei concerti. il resto del disco è Storia. da gonna get close to you, marcia e deviata (accompagnata da un video trashissimo e meraviglioso, asd), passando per la disperata the killing words (che insieme a i will remember farà la sua magniloquente figura nell'mtv unplugged del '92) non c'è un brano che non parli una lingua tutta sua, un linguaggio che il gruppo ha coniato solo per questo disco (cosa che continua ad avvenire per ogni loro uscita). disco che riserva i veri pezzi da cento(mila) per la seconda metà: esordio con neue regel, glaciale manifesto di una realtà distorta allo sfascio, la bellezza magnetica di london, con un geoff costantemente vicino ai picchi della sua espressività, ma soprattutto la chiusura con le due vere e proprie perle dell'album: prima screaming in digital, freddo, gelido cibernetico incubo di fusione tra uomini e macchine (qualcuno ha detto fear factory?) in cui un robot si ribella al suo creatore che non accetta il fatto che la sua creatura possa avere delle emozioni (o forse avete detto nevermore? o meshuggah?); poi la degna conclusione dell'incubo, il flebile torpore del risveglio insinuato da una i will remember distante e sperduta fra i suoi mille echi, rassegnato calare del sipario su "rage for order".

punto quattro: qualcosa di più di un semplice disco, semplicemente una pietra miliare che il tempo ha descritto come stella polare per più gruppi di quanti ce ne si possa aspettare. e alè, c'è anche la rima finale. amen.

scott walker, "the drift"



ci sono momenti di buio nel corso del tempo. momenti di buio pesto, talmente nero da essere nient'altro che un concentrato di nulla, un vortice di vuoto perfettamente statico. è in questi spazi che avviene la deriva. è di questi spazi che si nutre l'esperienza "the drift". in quegli spazi tanto bui da togliere il fiato si incontrano i frammenti dell'esplosione che ha creato questo mostro. sono brandelli di ritmica, alienata, ossessiva, sbilenca, quasi solo accennata e poi lasciata a morire nel vuoto, inutilizzata. ci sono clamorose esplosioni di suono, compatto, assordante, un concentrato di dissonanze orchestrali che dal nulla si para davanti ai poveri stupidi occhi di chi ascolta e trascina nel panico più totale, nella più folle paura che non ci sia, non ci possa mai essere e non ci sia mai stata una via d'uscita. ed è solo la pura verità: non c'è modo di scappare dal vuoto in cui "the drift" vive. perché ovunque si guardi, in qualsiasi direzione lo sguardo si lanci disperato, non vedrà nulla se non frammenti di realtà massacrati, martoriati, fatti a brandelli. e da qualsiasi direzione si è circondati da quella voce. non c'è scampo da quella voce. ovunque vi giriate nel vuoto, per quanto veloci possiate correre, quella voce non vi lascerà mai. non smetterà mai di farvi a pezzi raccontando di violenza, di dolore e di isolamento con quel timbro baritonale, nasale, cupo ed impostato fino all'esasperazione, studiato in ogni sfumatura per risultare sempre il più reale possibile. la voce di quello che un tempo poteva essere un angelo ribelle ma che è stato scacciato e rigettato anche dall'inferno. è la voce onnisciente del creatore dello spazio in cui vi state muovendo. è il dio di quello spazio, un dio sopravvissuto ad un esilio autoimposto, un dio affogato nell'alcol, un dio che ha rinunciato alla vita per poter raccontare tutto il dolore che si può provare, tutto il terrore che incute questo infinito spazio vuoto e la paralisi mentale di fronte alla possibilità di trovarvi qualcosa di ancora più spaventoso: quei frammenti di cui non si riesce a cogliere l'entità, che non si capisce cosa siano o da dove arrivino ma che sono come coltelli che all'improvviso lacerano la carne nei punti più teneri, in quei millimetri di massima debolezza. resistere è inutile. cercare di entrare in questo vuoto razionalmente è una follia. se ci riuscite vuol dire che non fa per voi, che non siete ancora pronti per tutto questo. non è questione di apprezzare o meno il "genere". qui non c'è nessun genere, non c'è alcun tipo di musica. questo non è un disco, questa è un'esperienza studiata solo per far male. è un'opera d'Arte totale, autocosciente del proprio valore come solo l'Arte può essere. o la si capisce o non la si capisce. se non la si capisce con buone probabilità è perché la mente rifiuta di accettare tanta oscurità come effettiva possibilità, come (im)probabile campo d'esistenza. di solito parliamo di opere per consigliarle agli altri, per farle conoscere. questo invece è un avviso: se vi volete un po' di bene lasciate perdere, evitate "the drift", dimenticate che io ve ne abbia mai parlato. se decidete di ascoltarlo ricordate ciò che vi aspetta.

pure reason revolution, "the dark third"



i pink floyd sono stati una delle cose più belle mai successe alla musica rock. i pure reason revolution gli assomigliano. non ho scoperto l'acqua calda, questo è poco ma sicuro, ma il bello è che gli assomigliano anche per concetto. non si fermano a recuperare stilemi del passato e risuonarli oggi come fanno troppi gruppi ma provano a portarlo avanti. prendono quel suono poco influente nella storia della musica che è stato di "the dark side of the moon" e non solo lo trasportano nel 2007, ma ci giocano sopra con originalità, inventiva ed umiltà (cosa quest'ultima che ogni tanto è mancata anche ai floyd stessi). il risultato è sorprendente. la peculiarità forse massima del suono PRR è la loro capacità di creare linee melodiche già di per sé da urlo, armonizzandole continuamente a più voci. cori incredibili ma anche meravigliosamente cantabili ed immediati danno vita a ritornelli come quelli di "goshen's remains", "apprentice of the universe" o "bullits dominae". tutto questo viene condito con arrangiamenti spaziali mai eccessivamente oscuri o pesanti e di gran gusto dal gruppo (in formazione anche un violinista che ha inciso tutte le parti orchestrali) con sonorità che rimandano sicuramente a quelle dei pink floyd ma con un suono smaccatamente moderno e personale. riff metal che si alternano ad arpeggi dilatati e parti di batteria acustica inframezzate da spezzoni di drum-machine mai invasiva (se non diventa dominante) o pesante, ispirata agli ultimi esperimenti dei radiohead se vogliamo ma in un contesto totalmente diverso. su tutto spicca la splendida voce di chloe alper, sirena drogata e lanciata nell'iperspazio nel dormiveglia, perennemente trasognata e delicata, che guida i cori armonizzati dal chitarrista e mastrocostruttore del gruppo jon courtney e da tutto il resto del gruppo (tranne il batterista, fratello di jon).

la sublimazione di tutto ciò che ho detto può certamente essere vista nei 12 minuti di “the bright ambassadors of morning”, titolo rubato da un verso del testo di “echoes”, indimenticato capolavoro dei floyd. la canzone è in continuo movimento, striscia tra sentieri galattici con linee vocali costruite in maniera incredibile (memori anche di qualche lezione dei queen) in cerca di un modo di insinuarsi nel cervello, cosa che prontamente succede nel "ritornello" che non vi si staccherà più dalla testa.

margini di miglioramento ci sono, più che altro nella maturità degli arrangiamenti, forse un po’ ingenui talvolta (ma anche splendidi per questo) e magari in un maggiore gioco armonico dei pezzi (nonostante il gioco melodico costante delle voci faccia passare in secondo piano un “difetto” come questo).

un capolavoro? dipende cosa intendete con questo termine. non cambierà la storia della musica, è solo questione di lasciarsi andare al flusso sonoro, abbandonarsi completamente al sogno (dimenticavo, pure reason revolution=critica alla ragion pura di kant, che elaborò la teoria del “terzo oscuro”, quel terzo della nostra vita che passiamo dormendo e su cui è basato il concept del disco).

venerdì 8 luglio 2011

manifesto

questo è un blog a caso. principalmente di recensioni musicali ma anche no. insulti et offese assortite sono sempre benvenuti.

se a qualcuno dovesse interessare, mi presento:
ciao.